L'acqua più vecchia del mondo si trova nell'Oceano Pacifico settentrionale e potrebbe impiegare tra i 1.500 e i 2.000 anni per tornare in superficie e mescolarsi con l'atmosfera. Lo ha determinato un team internazionale di ricerca coordinato da studiosi dell'Università di Stoccolma e dell'Università del Nuovo Galles del Sud (Australia), che è riuscito a comprendere come mai quest'acqua così antica – già nota da precedenti indagini – riesce a restare isolata dalle correnti circostanti, come se fosse intrappolata nel cuore dell'oceano. La ragione, secondo la squadra coordinata dal professor Casimir de Lavergne, ricercatore presso il Centre of Excellence for Climate System Science, risiederebbe nella conformazione del fondale del Pacifico e nella sua profondità.

Credit: Nature/UNWS
in foto: Credit: Nature/UNWS

Questa “zona d'ombra”, come la chiamano gli scienziati, si trova tra i mille e i 2500 metri di profondità dalla superficie, e si estende per tremila chilometri da nord a sud e per sei mila da est a ovest. È come una sorta di enorme bolla, sospesa e protetta dal tempo e dai naturali moti delle acque: da una parte, infatti, è sufficientemente distante dal fondo e dalle sue correnti di origine geotermica che la farebbero mescolare, dall'altro è protetta dalla superficie squassata dagli agenti atmosferici. Una zona d'ombra simile è presente anche nell'Oceano Indiano, tuttavia le sue acque restano isolate per molto meno tempo, poiché si trova più vicina alla fonte d'acqua “giovane” proveniente dall'Antartide. Qui, a causa del ghiaccio che rilascia il sale, l'acqua più densa affonda e si dirige verso nord, agevolando i processi di mescolamento e di conseguenza la durata stessa della zona d'ombra. Nell'Oceano Atlantico mancano invece le condizioni affinché si generi un deposito d'acqua antica paragonabile a quello del Pacifico.

Conoscere come funzionano nel dettaglio questi processi può aiutare gli scienziati a comprendere il modo in cui gli oceani riescono a modificare il clima – su scala globale – nel corso dei secoli. Sono dunque informazioni utili per poter prevedere gli effetti dei cambiamenti climatici, ma anche lo spostamento dei nutrienti oceanici, che hanno un impatto significativo sulla tenuta degli habitat marini e sulla pesca. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Nature.

[Credit: Natalia Kollegova]