Dopo aver condotto una campagna di sensibilizzazione sull'inquinamento marino in Costa Azzurra, alla fine di maggio l'organizzazione francese “Opération Mer Propre” (Operazione Mare Pulito) lanciò l'allarme sul rischio dei dispositivi di protezione individuale (DPI) abbandonati nell'ambiente, sempre più numerosi a causa della pandemia di coronavirus SARS-CoV-2 in corso. Benché durante le immersioni i subacquei non trovarono un numero esagerato di pezzi, seppur significativo, al fianco del video di denuncia scrissero provocatoriamente che nel Mediterraneo si rischiava di avere “più mascherine che meduse”.

Col passare delle settimane e la necessità sempre più stringente di questi dispositivi, i numeri di pezzi recuperati nei mari, sulle spiagge o per terra è continuato a crescere vertiginosamente, tratteggiando uno scenario inquietante che rischia di trasformarsi in una vera e propria catastrofe ambientale. Ad aumentare i rischi anche la riapertura delle scuole in diversi Paesi nel mese di settembre, che inevitabilmente favorirà la circolazione delle mascherine e la conseguente necessità di smaltirne un numero sempre più elevato. Secondo le stime, con le scuole si aggiungeranno altri 10 milioni di pezzi ogni giorno da eliminare.

Tutto, naturalmente, ruota attorno al senso civico delle persone, che devono smaltire questi dispositivi nell'indifferenziata, come sottolineato più volte dall'Istituto Superiore della Sanità, dal Ministero della Salute e da altre istituzioni. Mascherine e guanti devono essere infatti distrutti negli inceneritori e nei termovalorizzatori per eliminare qualunque residuo di virus potenzialmente presente; non è possibile inserirle in un virtuoso circolo di riciclo (quando funziona) come avviene per carta, plastica, metallo e altri materiali.

Purtroppo, come dimostrano le continue segnalazioni, in tantissimi non si stanno comportando civilmente, abbandonando i DPI nell'ambiente e mettendo a repentaglio la salute degli ecosistemi e di conseguenza anche la nostra. Sono già diversi gli animali rimasti uccisi o salvati in extremis – come questo gabbiano – perché rimasti intrappolati tra legacci ed elastici delle mascherine. Nel porto di Ancona, ad esempio, l'imbarcazione impiegata per le pulizie – chiamata “Il Pellicano” – sta raccogliendo un numero sempre maggiore di rifiuti legati alla pandemia, diventati una componente significativa della spazzatura. Prima erano "inesistenti" come sottolineato dal presidente delle autorità portuali Rodolfo Giampieri.

A preoccupare sono soprattutto le stime dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), dall'Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dal Ministero dell'Ambiente. In base ai calcoli, entro il 31 dicembre 2020 fino a 550mila tonnellate di mascherine monouso e guanti dovrebbero essere incenerite nei siti deputati. Ma purtroppo gli inceneritori non sono sufficienti per trattare una mole del genere di rifiuti, in base a quanto indicato sul Sole 24Ore da Chicco Testa, presidente di Assoambiente: “Purtroppo gli inceneritori non bastano, soprattutto nel Mezzogiorno dove questi impianti sono una rarità e di conseguenza un gran numero di rifiuti e di mascherine sanitarie usate non vengono distrutti ma finiscono nelle discariche o, peggio, dispersi nell’ambiente”.

Se solo una piccolissima frazione di questa spazzatura non dovesse essere gestita nel modo opportuno, pari ad appena l'1 percento, secondo il WWF potremmo trovarci con ben 10 milioni di mascherine rilasciate nell'ambiente al mese. Con questi numeri è molto probabile che sì, si riuscirà a superare anche quello delle meduse nel "Mare Nostrum". Del resto, con la plastica siamo già sulla buona strada; secondo una stima, infatti, entro il 2050 nei mari e negli oceani di tutto il mondo ci saranno più rifiuti plastici che pesci.