archeologia traci

Braccialetti dalla testa di serpente, un diadema recante motivi animali con leoni e creature di fantasia, un anello, un centinaio di bottoni nonché una testa di cavallo finemente incisa e lavorata: sono una parte dei manufatti in oro rinvenuti dagli archeologi bulgari all’interno di una tomba trace risalente ad un arco di tempo compreso tra la fine del IV secolo a. C. e l’inizio del III. Un corredo funerario che comprendeva anche decine di statuette di figure femminili e applicazioni che erano parte di una sontuosa bardatura per cavallo, venuto alla luce nei pressi del villaggio di Sveštari, nella Bulgaria nordorientale.

La tomba che ha restituito questo meraviglioso tesoro è la più grande tra le circa centocinquanta comprese nel vasto complesso funerario dell’area, muta ma eloquente testimonianza della popolazione dei Geti, gruppo di origine indoeuropea, stanziato nella regione che, dagli autori romani in poi, sarebbe stata chiamata Dacia e considerato (con qualche riserva) appartenente alla più vasta famiglia dei Traci. L’area in cui è stato effettuato il ritrovamento è un sito archeologico di grande interesse ed importanza in cui, nel 1982, venne riportata alla luce la celebre tomba di Sveštari inclusa a partire dal 1985 nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO in virtù delle sue decorazioni architettoniche considerate uniche al mondo: una sepoltura dalle pareti raffinatamente dipinte custodita da cariatidi policrome dalla forma metà umana (femminile) e metà vegetale, dimostrazione evidente dei contatti che i Geti ebbero con il mondo ellenistico, come confermato dalle fonti dirette dei geografi greci.

Purtroppo, come sovente accaduto per le popolazioni di quest’area, la maggior parte dei dati in possesso dagli archeologi proviene proprio dalle sepolture: la loro cultura non ci è nota attraverso la parola scritta poiché essi non ne lasciarono traccia. Attraverso le tombe possiamo soltanto immaginare queste civiltà divenute ai nostri occhi quasi misteriose, in cui le società, divise in vaste tribù, erano rette e guidate da ricche aristocrazie di guerrieri. La prima descrizione dei Geti è opera di Erodoto che nelle sue Storie dipinge questi uomini come «i più giusti e valorosi» tra le genti della Tracia: ciò, tuttavia, non impedì loro di essere battuti e sottomessi da Alessandro il Macedone nel 334 a. C. Vivendo proprio al confine con civiltà più compatte, forti e sviluppate quali furono quella greca e quella romana, queste popolazioni finirono inevitabilmente per esserne assorbite, cancellando quasi del tutto la memoria di quelle meraviglie che, di tanto in tanto, riemergono attraverso le loro tombe sigillate dai secoli, dalla polvere e dal silenzio che hanno lasciato ai posteri.