Nell'ultimo aggiornamento del documento “Draft landscape of COVID-19 candidate vaccines” dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, datato 19 ottobre, risultano in sperimentazione ben 198 vaccini candidati contro il coronavirus SARS-CoV-2. La maggior parte di essi, 154 in tutto, si trova nella fase dei test preclinici, ovvero viene sperimentata su cellule in coltura (test in vitro) e su modelli animali, mentre i restanti 44 sono passati alla sperimentazione clinica, vengono cioè testati sull'uomo. Fra essi una decina è già entrata nella cruciale Fase 3, quella che coinvolge migliaia di partecipanti e precede l'immissione in commercio, previa dimostrazione della sicurezza e dell'efficacia, che vanno certificate dalle autorità competenti. Fra le 200 preparazioni anti COVID, inoltre, ce ne sono sei che stanno sollevando una certa preoccupazione in una parte della comunità scientifica, a causa della tecnologia utilizzata; queste preparazioni potrebbero infatti aumentare il rischio di contrarre l'HIV, il patogeno responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita o AIDS.

I vaccini candidati che potrebbero aumentare la suscettibilità al virus dell'HIV sono quelli basati su uno specifico ceppo ingegnerizzato di un adenovirus responsabile del raffreddore, chiamato adenovirus 5 (Ad5). In parole molto semplici, questi adenovirus vengono inattivati in laboratorio attraverso l'ingegneria genetica, un procedimento che li trasforma in vere e proprie “navette” per presentare all'organismo le proteine virali affinché si determini la produzione di anticorpi (immunizzazione) verso di esse. Nel caso del coronavirus SARS-CoV-2, gli adenovirus 5 ingegnerizzati trasportano l'informazione della proteina S o Spike, quella che circonda il “guscio esterno” del patogeno (pericapside o peplos) e che viene utilizzata per legarsi al recettore ACE-2 delle cellule umane. Una volta "agganciato", il virus distrugge la parete cellulare, si riversa all'interno e avvia il processo di replicazione che determina l'infezione, chiamata COVID-19. I vaccini candidati anti COVID Ad5, in pratica, trasportando l'informazione della proteina S permettendo al nostro organismo di riconoscerla e produrre anticorpi per eliminarla, nel caso in cui ci si dovesse esporre al patogeno vero e proprio.

Ma perché le preparazioni Ad5 renderebbero più suscettibili al virus dell'HIV? Tutto nasce dai risultati di due studi condotti in passato chiamati STEP e Phambili. Nell'articolo “Use of adenovirus type-5 vectored vaccines: a cautionary tale” pubblicato su The Lancet, un team di quattro scienziati guidato dalla professoressa Susan P. Buchbinder del Dipartimento di Salute Pubblica di San Francisco ha ricordato che durante i test di un vaccino anti HIV – basato proprio su vettore adenovirus ricombinante di tipo 5 (Ad5) – gli uomini vaccinati hanno sviluppato un aumento del rischio di contrarre l'HIV. Invece di proteggerli, li ha resi più suscettibili. Nello studio STEP il rischio è aumentato nei primi 18 mesi del periodo di follow-up, in particolar modo per gli uomini non circoncisi e omosessuali. Lo studio Phambili ha osservato un incremento analogo anche anche tra gli uomini eterosessuali. durante una conferenza del 2013 sponsorizzata dal National Institutes of Health (NIH) gli esperti hanno determinato che vaccini basati su Ad5 diffusi in popolazioni ad alta prevalenza di HIV potrebbero aumentare il rischio di infezioni tra la popolazione.

In un editoriale pubblicato su Science si sottolinea che i test di alcuni vaccini candidati anti COVID potrebbero tenersi in Paesi dove circola molto il virus dell'HIV, come ad esempio il Sud Africa, e alla luce dei risultati dei due studi sopracitati bisogna procedere con molta cautela. Non è tuttavia chiaro il modo in cui l'adenovirus 5 ingegnerizzato abbia aumentato il rischio di contrarre l'HIV nei partecipanti. Il CEO di CanSino Yu Xuefeng ha dichiarato a Science che è stato già approvato un vaccino contro l'Ebola basato su Ad5, ma non sono stati riscontrati incrementi di infezioni da HIV, pur essendo testato in Sierra Leone dove c'è un'alta prevalenza del virus che provoca l'AIDS. CanSino Biological sta sviluppando il vaccino anti COVID "Ad5-nCoV" in collaborazione con l’Istituto di Biotecnologie dell’Università di Pechino. La società di biotecnologie ImmunityBio sta approntando un'altra preparazione Ad5 e intende testarla proprio in Sud Africa; gli scienziati coinvolti affermano che il loro adenovirus è "inattivato al 90 percento" e ha quattro geni inattivati che riducono le risposte immunitarie. Altri esperti come la pediatra Glenda Gray, a capo del Consiglio sudafricano per la ricerca medica e coinvolta nei protocolli dello studio Phambili , sottolinea che è necessario essere cauti proprio per via dei risultati dei due studi nel "mirino" del team della professoressa Buchbinder. Poiché esistono soluzioni alternative alla piattaforma Ad5 contro il coronavirus, alcuni esperti suggeriscono di testare altri approcci nei Paesi più a rischio, dove la soluzione con adenovirus potrebbe essere approvata solo in studi con un basso numero di partecipanti.