189_Cales abbandono

Non è la prima volta che si sentono storie di questo genere; non è la prima volta per l'Italia e non è la prima volta, soprattutto, per il Sud Italia. Per quella Campania stillante passati fastosi da ogni palmo della sua terra e, attualmente, semplicemente ricordata per la crisi dei rifiuti che la rende ogni giorno più feroce, degradata, abbandonata e anche mutilata di quelle bellezze che pure avrebbe in tali quantità da soddisfare anche gli appassionati più esigenti. Emergenza che non è solo quella che si legge dalle pagine dei giornali ciclicamente interessati alla questione quanto questa diventa intollerabile anche per il capoluogo Napoli, bensì una situazione che da anni incide pesantemente e capillarmente in ogni angolo della regione e trasforma occasionalmente in piccole discariche artigianali anche siti che andrebbero destinati a ben altri usi.

In Campania c'è la Reggia di Carditello, condannata dall'incuria delle istituzioni e dagli interessi della malavita locale e ci si può imbattere tranquillamente in un mausoleo romano a Pozzuoli che occhieggia da sotto una discarica abusiva di materiali speciali; e c'è anche Calvi Risorta, comune in provincia di Caserta nel quale si trova un sito archeologico di prima importanza, quello di Cales, cittadina degli Ausoni, popolazione italica antichissima, che, conquistata nel 335 a. C. dai Romani, venne considerata dallo scrittore Tito Livio praeda ingens, gran bottino, poiché ricca e fiorente.

Il presente di Calvi Risorta, anche in questo caso, ha davvero poco a che fare con il suo glorioso passato e il futuro è certamente un'incognita; almeno il futuro del suo prezioso tesoro archeologico che giace abbandonato sotto i rifiuti e l'indifferenza. Sì perché Calvi Risorta è tristemente nota per la sua Basilica di San Casto Vecchio di cui oggi restano solo ruderi celati da rovi ed immondizia. Costruita nel IV secolo  sulla tomba nel martire cristiano Casto sui resti di una palestra romana, ha avuto una lunga e travagliata storia di saccheggi, distruzioni, ricostruzioni: abbandonata infine nella prima metà del ‘700, venne spogliata dei suoi materiali da parte dei contadini che li riutilizzarono nelle proprie masserie. In tufo e a tre navate, la Chiesa custodiva, secondo le testimonianze, una sedia vescovile con effigi ed un'iscrizione dedicata al Santo di cui si sono perse le tracce.

Nel 1960 venne definitivamente coperta da un ponte durante i lavori per la costruzione dell'Autostrada del Sole: tra i piloni di questa, affiorano ancora i resti di qualche parete in opus latericium, dimenticati e ormai privi di qualunque valore simbolico. Nel corso degli anni '80 l'archeologo napoletano Werner Johannowsky, tuttavia, fece una scoperta di grande interesse: nella parte Nord di quello che fu il tempio vennero rinvenuti i resti di una camera sepolcrale con quattro sarcofagi con coperture a doppio spiovente, di cui uno in marmo blu databile tra il 260 e il 280 d. C., considerato dallo studioso, con ottime probabilità, proprio quello del Santo.

Una Chiesa antica ed un sepolcro che avrebbe meritato, quanto meno, un'attenta analisi ed una certa valorizzazione: non un ponte, dei rifiuti e dei rovi a sigillarne per sempre un abbandono così drammatico. Eppure, purtroppo, questa è solo una delle tante storie che vengono dal nostro patrimonio archeologico e storico: buono per vantarsi, superfluo e sovrabbondante quando si tratta di chiederne un minimo di tutela che, quanto meno, faccia in modo che la dignità del nostro passato non venga quotidianamente oltraggiata.