presidente psicopatico

Incapacità di provare e sviluppare senso di colpa, deficit di empatia, scarsezza di controllo dei propri impulsi, spiccata propensione all'inganno e alla mistificazione, marcato egocentrismo: sono alcuni tra i tratti principali che caratterizzano le personalità affette da psicopatia, un disturbo della personalità sovente associato a comportamenti aggressivi e, in generale, antisociali. Eppure, secondo un recente studio curato da Scott Lilienfeld, professore di psicologia presso la Emory University, la psicopatia potrebbe contemporaneamente costituire un ottimo lasciapassare per accedere, magari, ad una carriera da leader di successo, grazie ad alcuni suoi aspetti determinanti quali ad esempio, la mancanza di paura o la tendenza alla dominazione degli altri.

I tratti che contraddistinguono una personalità psicopatica, si spiega in un lavoro pubblicato dal Journal of Personality and Social Psychology, non solo non sarebbero di alcun intralcio per l'esercizio del potere ma, anzi, potrebbero essere addirittura d'aiuto per un futuro "da Premier": questa la conclusione a cui il Professor Lilienfeld sarebbe giunto dopo aver condotto una ricerca su grandi figure presidenziali del passato, anche molto recente, degli Stati Uniti d'America, servendosi di un'enorme mole di dati ricavata da materiale storico originale nonché dai resoconti di biografi ed esperti; associati a questa documentazione, i risultati nel campo politico e governativo di ciascun leader statunitense perché, come sottolineato dall'autore, alle caratteristiche della psicopatia sarebbe da ricondursi non solo una spiccata predilezione per il potere ma, addirittura, un "buon governo".

Tendenza a dominare sugli altri, assenza di paura: la "formula" di un buon Presidente?

roosevelt

La sicurezza di sé, la mancanza di timori sia a livello sociale sia fisico, la capacità di apparire emotivamente stabile, erano chiaramente le peculiarità che, in misura maggiore, avevano aiutato nel tempo a costituire l'immagine di un Presidente in grado di affrontare al meglio le situazioni, incluse quelle di difficoltà, contribuendo quindi a creare la figura di un uomo forte, retto e di successo. Ebbene, secondo i dati analizzati dal Professor Lilienfeld, la manifesta determinazione (o spregiudicatezza, forse) a mantenere la propria posizione di dominanza e supremazia, anche con temerarietà nei momenti di crisi, sarebbe il riflesso della sfrontatezza (a volte incoscienza) associata alla personalità psicopatica: da questa deriverebbero, tuttavia, migliori risultati nel campo della Presidenza, sia nella capacità di preservare la leadership e di gestire i rapporti diplomatici con gli altri membri del mondo politico, sia nel mettere in piedi ed avviare progetti ed iniziative per la cittadinanza. Secondo i dati analizzati da Lilienfeld e colleghi, storicamente spiccherebbe per la presenza di un tratto psicopatico, la tendenza a dominare sugli altri in assenza di paura, il ventiseiesimo Presidente degli Stati Uniti, e premio Nobel per la Pace nel 1906, Theodore Roosevelt: due mandati (dal 1901 al 1909), il suo volto è uno dei quattro scolpiti sul Monte Rushmore (assieme a George Washington, Thomas Jefferson e Abramo Lincoln). A seguire, in una sorta di classifica stilata dagli studiosi, ci sarebbero John F. Kennedy, Franklin D. Roosevelt, Ronald Reagan, Rutherford Hayes, Zachary Taylor, Bill Clinton, Martin Van Buren, Andrew Jackson e George W. Bush, alcuni dei quali, superlfluo a dirsi, ricordati come eccellenti uomini di potere anche nella lontana (e profondamente diversa) Europa.

Buon governo… Ma non solo!

nerone

Certo, naturalmente c'è un rovescio della medaglia che fa in modo che altri aspetti legati alla personalità psicopatica, in particolar modo i comportamenti marcatamenti antisociali e l'incapacità di controllare adeguatamente gli impulsi, diventino sovente motivo di una cattiva prestazione nell'arco del mandato presidenziale: sia nel caso in cui possano esser causa di episodi isolabili dal contesto politico (tra gli esempi più classici, una vita privata non irreprensibile o l'indugiare su qualche vizio non propriamente da "uomo di successo"), sia nel momento in cui portino a tollerare comportamenti non etici da parte di collaboratori e subalterni, restituendo di fatto al pubblico l'immagine dell'uomo come tutt'altro che integro, debole preda di meschini istinti.

Seguendo il discorso di Scott Lilienfeld, e ricordando che tutto sommato ciascun governatore è comunque il riflesso di buona parte del Paese che esso stessa governa, potrebbe essere interessante, a questo punto, conoscere quali tratti ricorrenti avrebbero caratterizzato le grandi personalità politiche del passato europeo, certamente più vicino al nostro. Ma un sistema così diverso quale è quello al di qua dell'Oceano, probabilmente, avrebbe bisogno dei criteri di analisi differenti in virtù dei differenti percorsi e delle diverse condizioni di due realtà fondamentalmente distanti. Ed è pur sempre vero che la storia del Vecchio Continente (antica e anche, purtroppo, recente) ha collezionato, nei secoli, una mole sufficiente di personalità dagli evidenti tratti antisociali ottimamente associate al potere, non ricavandone di certo buoni governi di cui serbare memoria: il più delle volte si è trattato di tiranni e dittatori, autori di prese di potere violente e di atti scellerati, passati alla storia come autentici folli a causa delle loro gesta crudeli e dissennate, di certo non di uomini brillanti con un «pizzico di follia»