Rappresentazione artistica di come si pensa si formino i Pianeti attorno ad un stella (NASA/JPL–Caltech)
in foto: Rappresentazione artistica di come si pensa si formino i Pianeti attorno ad un stella (NASA/JPL–Caltech)

Come si sono originati i pianeti del nostro Sistema Solare? Una risposta potrebbe darcela un pianeta alieno, chiamato LkCa 15 b, che orbita attorno ad una stella distante 450 anni luce da noi: pare infatti che questo oggetto celeste sia sulla strada per diventare un mondo molto simile a Giove. Per il momento è soltanto un "proto-pianeta": ma è il primo di cui sia stato osservato in maniera certa il processo di formazione.

Alla ricerca del disco proto-planetario

Innanzitutto, perché un pianeta si formi, c'è bisogno di un disco proto-planetario: un immenso anello di polveri e detriti rocciosi che, in questo caso, orbitano attorno alla stella LkCa 15. Alcune zone centrali di questo disco, però, risultano vuote: proprio lì, infatti, dovrebbero esserci gli oggetti in formazione che, richiamando ed addensando tutto il materiale attorno a sé, svuotano la propria orbita. Ora, gli astronomi puntavano da tempo ad identificare regioni dello spazio in cui accadesse qualcosa del genere ma, fino ad oggi, era risultato piuttosto complesso ottenere immagini ben definite di fenomeni simili.

L'origine di un gigante gassoso

Ma i ricercatori della Stanford University, guidati da Kate Follette, hanno progettato uno strumento appositamente creato per individuare le caratteristiche firme del Pianeta in formazione. Il processo che porta un nucleo di roccia o ghiaccio a trasformarsi in un gigante gassoso coinvolge, prevedibilmente, grandi quantità di energia. In particolare, l'idrogeno gassoso in caduta verso il cuore del proto-pianeta comporta il riscaldamento e l'illuminazione dell'elemento che, come una lampadina fluorescente, emetterà una particolare lunghezza d'onda in luce visibile chiamata H-alfa. Gli scienziati sono andati "a caccia" di questo segnale.

Una lucciola in orbita attorno ad un faro

Dopodiché sono intervenuti i telescopi Magellano, in Cile, assieme ai colleghi dell'Università dell'Arizona, allo scopo di affinare la misura dell'emissione proveniente da LkCa 15 b. Fondamentale, nell'elaborazione dei dati, è stato sottrarre la luce della stella madre: questo perché altrimenti sarebbe stato impossibile comprendere la quantità di luce proveniente dal pianeta in formazione che, inevitabilmente, è molto più debole. Anzi, se fosse stato un po' più vicino alla stella o un po' più fievole, non sarebbe stato possibile rilevarlo: questo perché, spiega Follette, «la differenza di luce tra una stella e un giovane esopianeta è normalmente paragonabile a quella che c'è tra un faro ed una lucciola».

La possibilità di concentrarsi su una specifica lunghezza d'onda, nella quale la brillantezza del pianeta è particolarmente intensa, ha aiutato gli scienziati a "vedere" meglio cosa stava accadendo a LkCa 15 b; le immagini sono state poi perfezionate grazie all'ottica adattativa che consente di correggere le turbolenze subite dalla luce nel corso del passaggio attraverso l'atmosfera. Adesso non resta che continuare a tenerlo d'occhio, cosa che il team di Stanford promette di fare.

I dettagli del lavoro sono stati pubblicati da Nature.