il moscerino della frutta dimentica per riuscire a sopravvivere

Non è la prima volta che il comportamento del Drosophila Melanogaster, il piccolo moscerino della frutta utilizzato spessissimo in biologia come modello universale di studio in ragione del suo organismo estremamente semplice, richiama alla mente strane associazioni con quello che accade presso i più complessi esseri umani: già in passato diversi studi sembrerebbero aver dimostrato come la deprivazione sessuale dei maschi trovasse una sorta di compensazione nell'assunzione di ingenti quantità di alcol, fino all'intossicazione.

Questa volta, due studi paralleli hanno posto l’accento su un altro aspetto dell’esistenza di questa piccola ma interessante creatura: come, di fronte alla scarsità di cibo e quindi alla prospettiva di non sopravvivere, il moscerino della frutta rinunci ad una parte della propria memoria, in particolare ad alcuni suoi particolari aspetti, al fine di essere il più possibile competitivo con i suoi simili. Le due ricerche, illustrate in un articolo da Le Scienze, hanno cercato di comprendere quale strategia venga messa in campo dall'organismo per continuare a fornire energia al cervello: poiché, infatti, questo è il centro di tutte le funzioni vitali dell’organismo, va da sé che esso debba essere privilegiato nel ricevere maggiore nutrimento di altri organi nel momento in cui le risorse sono limitate. C’è però una sorta di paradosso in questo poiché, al contempo, il cervello è anche l’organo che disperde la maggior quantità di energia, il che potrebbe costituire un grosso problema se l’individuo si trova in un ambiente ostile in cui sarebbe facilmente vittima di prevaricazione: presumibilmente, in questi casi il cervello tende a favorire alcune facoltà neurologiche a dispetto di altre e l’obiettivo dei ricercatori era scoprire quali e in che modalità.

Nel loro lavoro pubblicato da Science, Pierre-Yves Plaçais e Thomas Preat del dipartimento di neurobiologia della École Supérieure de Physique et de Chimie Industrielles di Parigi avrebbero osservato come il cervello del Drosophila, per riuscire a sopravvivere in condizioni di limitate risorse, disattivi i settori del cervello che comportano il maggior dispendio di energia per il cervello, bloccando un "costoso" processo di sintesi proteica. Nello specifico, venivano così inibiti i centri legati alla memoria a lungo termine di esperienze e stimoli negativi che, quando venivano riattivati, comportavano una minore sopravvivenza dei moscerini: a riprova del fatto che si trattasse proprio di una strategia adattativa.

Ciò significa, in altre parole, che in condizioni di difficoltà è assai importante per gli insetti preservare intatta la propria capacità di procacciarsi il cibo, naturalmente, ma soprattutto che può essere penalizzante serbare memoria delle minacce dell'ambiente poiché, probabilmente, queste costituirebbero un limite ulteriore per l'animale faticosamente in cerca di nutrimento. Medesime conclusioni, ma con un diverso esperimento, a cui sono giunti Yukinori Hirano e i suoi colleghi che, in uno studio pubblicato anch'esso da Science, hanno spiegato come la progressiva condizione di deprivazione del cibo si traduceva nei moscerini in una graduale perdita della capacità di fissare memorie a lungo termine, fatto che però non andava a penalizzare la memoria degli stimoli positivi che, quindi, servivano a preservare le pulsioni verso il cibo: in un meccanismo che, senza dubbio, aiuta la creatura a continuare nella propria lotta per la sopravvivenza.