La COVID-19 provocata dal coronavirus SARS-CoV-2 è una malattia subdola, che può manifestarsi attraverso molteplici sintomi. In alcuni casi l'infezione è addirittura asintomatica, mentre la grande maggioranza dei contagiati sperimenta sintomi respiratori – lievi o moderati – simili a quelli di una comune influenza, come febbre, mal di testa e dolori articolari. In una piccola percentuale di persone, tuttavia, la COVID-19 può aggravarsi a tal punto da richiedere il ricovero in ospedale e persino il passaggio in terapia intensiva, per i casi più severi. Alcuni, purtroppo, perdono la battaglia col virus, che dall'inizio della pandemia ha già ucciso oltre 3,3 milioni di persone in tutto il mondo (123mila soltanto in Italia). Comprendere in anticipo quali pazienti avranno un decorso favorevole o una prognosi infausta è di fondamentale importanza per i medici, per indirizzare verso le giuste terapie chi ne ha effettivamente bisogno, considerando il contesto di emergenza.

A identificare segni e sintomi predittivi dell'esito dell'infezione da coronavirus SARS-CoV-2 è stato un copioso team di ricerca italiano guidato da scienziati dell'Ospedale Universitario Policlinico di Modena e della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Università dell'Insubria di Varese, dell'Università degli Studi di Milano, dell'Università di Brescia-Medicina 2 – ASST Spedali Civili di Brescia, della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, dell'IRCCS Azienda Ospedaliero – Universitaria di Bologna e di numerosi altri centri di ricerca sparsi per il Paese. Gli scienziati, coordinati dal professor Antonello Pietrangelo, presidente della SIMI, hanno condotto un approfondito studio multicentrico osservazionale che ha coinvolto oltre 3mila pazienti Covid ricoverati in 41 ospedali tra il 3 febbraio e l'8 maggio del 2020, durante la prima, catastrofica ondata della pandemia.

Gli scienziati hanno osservato che un paziente su sei è deceduto durante il ricovero, con una preponderanza di uomini rispetto alle donne. Il tasso di mortalità è risultato significativamente più elevato all'aumentare dell'età, passando dal 31,3 percento nella fascia 71-80 anni al 64,4 percento degli over 90. Il sintomo più comune con cui si è manifestata l'infezione a casa è stata la febbre, sebbene non sia stato così per il 30 percento degli ottantenni e del 40 percento dei novantenni. Durante il periodo di follow-up, 697 pazienti (22,9 percento) sono stati trasferiti in unità di terapia intensiva, mentre in 351 sono deceduti nelle Unità di Medicina Interna (IMU), con un tasso di mortalità del 14,9 percento. Tra i fattori associati al maggior rischio di morire in ospedale per l'infezione identificati dagli specialisti vi erano l'età, la tosse produttiva, l'insufficienza cardiaca cronica preesistente, la malattia polmonare ostruttiva cronica (BCPO), il numero di patologie preesistenti (comorbidità) e il numero di farmaci assunti (polifarmacia). La tosse produttiva con catarro, che può essere sintomo del coinvolgimento dei polmoni e anche di una possibile ulteriore infezione batterica, è stata osservata nel 44,4 percento dei pazienti coinvolti nello studio. L'85,8 percento aveva invece la febbre.

Anche la compromissione respiratoria innescata dalla COVID-19 è stata un segnale fortemente predittivo di esito infausto. La diminuzione del rapporto PaO2/FiO 2, un parametro utilizzato dai medici per valutare la funzionalità polmonare, era fortemente associato alle probabilità di sopravvivenza. I pazienti che ricevevano precocemente ossigeno supplementare attraverso ventilazione meccanica non invasiva avevano esiti prognostici migliori (mentre la normale erogazione di ossigeno supplementare non ha avuto un impatto). “Questo studio, l’unico ad aver analizzato una così vasta casistica di pazienti Covid-19 ricoverati e gestiti interamente nei reparti di Medicina, ha il pregio di aver indicato i principali segnali di allarme da cogliere all’ingresso dei pazienti in ospedale per poter indirizzare oggi sia le decisioni cliniche che l'allocazione delle risorse, ed essere in grado di agire tempestivamente e prevenire l’evoluzione infausta della malattia”, ha dichiarato il professor Pietrangelo al quotidianosanità. “I pazienti che continuano ad arrivare in ospedale e ad andare incontro ad un decorso ospedaliero più complicato e spesso infausto, infatti, sono gli stessi pazienti multi-patologici e in politerapia che abbiamo ricoverato nella prima ondata, quelli per cui, giustamente, il Governo ha indicato oggi una priorità nel piano di vaccinazione”, ha concluso l'esperto. I dettagli della ricerca “Clinical factors associated with death in 3044 COVID-19 patients managed in internal medicine wards in Italy: results from the Simi-Covid-19 study of the Italian Society of Internal Medicine (SIMI)” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Internal and Emergency Medicine.