Quasi il 60 percento degli operatori sanitari si reca a lavoro con sintomi simil-influenzali, e quando la sintomatologia è molto lieve, come quella innescata da un comune raffreddore, va invece a lavorare la quasi totalità dei medici e degli infermieri. Il cosiddetto “presenteismo da malattia” riguarda anche un'ampia fetta di lavoratori non impiegati nell'ambito sanitario, e tra i settori più coinvolti vi sono quelli dell'istruzione, del welfare e dell'assistenza alle persone. In questi casi chi decide di recarsi a lavoro lo fa molto probabilmente poiché spinto da un forte senso del dovere, mettendo in secondo piano la propria salute. Tuttavia questa generosità rischia di far circolare patogeni che possono rappresentare un pericolo per le persone più fragili e anche per l'intera comunità, come del resto mostra la pandemia di coronavirus SARS-CoV-2 che stiamo vivendo.

A rilevare che le persone – e in particolar modo gli operatori sanitari – vanno troppo spesso a lavoro quando stanno male è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati svizzeri dell'ospedale e dell'Università di Ginevra, che hanno collaborato con i colleghi del Dipartimento di Microbiologia Medica e Malattie infettive presso il Canisius-Wilhelmina Hospital di Nimega (Paesi Bassi), dell'Università Nazionale Australiana (ANU), del Queen Mary Hospital dell'Università di Hong Kong e di numerosi altri istituti. Gli scienziati, coordinati dalle professoresse Ermira Tartari e Katja Saris, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto un sondaggio online anonimo al quale hanno partecipato 533 persone provenienti da 49 distinti Paesi. Fra esse il 69,2 percento era europeo; il 19,1 percento dell'area Asia-Pacifico; il 10,9 percento americano e lo 0,8 percento africano. Nel 46,7 percento dei casi (249 persone) si trattava di operatori sanitari, mentre i restanti 312 erano impiegati in altri settori.

Dall'analisi dei dati raccolti attraverso le interviste, è emerso che il 96,5 percento di chi non si occupa di salute e il 99,2 percento dei medici e degli infermieri si reca regolarmente a lavoro con lievi sintomi influenzali, quali rinorrea (naso che cola), starnuti, tosse lieve, mal di gola, riduzione dell'appetito e in generale le condizioni ascrivibili a un comune raffreddore. Tra gli operatori sanitari, tuttavia, il 58,6 percento ha dichiarato di andare a lavoro anche con sintomi da malattia simil influenzale, alla stregua di febbre, brividi di freddo, mal di testa, mialgie (dolori muscolari) e altro ancora.

I dati sono stati raccolti tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019, quando la pandemia di coronavirus SARS-CoV-2 era ancora lontana (le prime infezioni sono state diagnosticate alla fine dello scorso anno), ma sono abbastanza indicativi dei rischi che si possono correre col presenteismo, quando circolano patogeni comuni – basti pensare alla stagione influenzale – o emergenti come quello responsabile della COVID-19. Era un comportamento "grave prima della COVID-19, quando c'erano solo l'influenza e altri virus respiratori. Ma, ora abbiamo il coronavirus, ed è più importante che mai non andare al lavoro quando non si sta bene”, ha dichiarato il professor Peter Collignon, coautore dello studio e docente dell'ateneo australiano. “Medici e infermieri potrebbero sentirsi in dovere di fare di tutto per aiutare gli altri – ha aggiunto lo studioso – ma è meglio per tutti se non si presentano al lavoro quando sono malati”.

Alla luce di questi risultati, che possono spiegare in parte anche il motivo per cui gli ospedali e altri luoghi di cura possono diventare focolai epidemici, gli autori dello studio suggeriscono di rivedere approfonditamente le norme per il congedo da malattia, soprattutto quando sono coinvolti gli operatori sanitari. Infatti, seppur basato sullo spirito di sacrificio di chi è portato ad aiutare il prossimo, il rischio di trasmettere l'influenza – che in Italia ogni anno provoca 8mila vittime – o altri virus ai pazienti “è inaccettabile”, scrivono gli scienziati. Con la pandemia in atto, i sintomi simil-influenzali – in particolar modo quando sono coinvolti operatori sanitari – finiscono immediatamente per essere indagati, ma questa tutela del prossimo dovrà essere sempre mantenuta, anche quando ci metteremo alle spalle il coronavirus SARS-CoV-2. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica PloS ONE.