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Negli ultimi decenni i cambiamenti climatici e la pesca eccessiva hanno fatto aumentare sensibilmente i livelli di metilmercurio (MeHg) nei pesci in cima alla catena alimentare che finiscono sulle nostre tavole, come pesce spada, tonno rosso atlantico, merluzzo e altre specie di interesse commerciale. Si tratta di una notizia preoccupante poiché il metilmercurio, un tipo di mercurio organico, è neurotossico ed è associato a deficit cognitivi e cerebrali che possono persistere anche nell'età adulta.

La ricerca. A determinare l'impennata nei livelli di metiLmercurio nei pesci è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della Scuola di Salute Pubblica T Chan della prestigiosa Università di Harvard, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Indian Institute of Technology Hyderabad e della St Andrews Biological Station canadese. Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Elsie Sunderland, docente presso il Dipartimento di salute ambientale dell'ateneo americano, hanno messo a punto un modello matematico basato su dati decennali in grado di stimare l'aumento del metilmercurio nei pesci in cima alla catena alimentare, in particolar modo di quelli catturati nel Golfo del Maine. Il bioaccumulo del mercurio nei tessuti dei pesci è legato alla cosiddetta magnificazione biologica, e più un animale si trova in alto nella catena alimentare e maggiore è la contaminazione. In alcuni predatori apicali essa può essere un milione di volte superiore. È uno dei motivi per cui mangiare cetacei (che sono mammiferi ma vivono in mare) non è solo anacronistico, ma anche molto rischioso per la salute.

I risultati. Sunderland e colleghi hanno determinato che tra gli anni '70 del secolo scorso e gli anni 2000 il metilmercurio è aumentato fino al 23 percento nel merluzzo atlantico (Gadus morhua), mentre stimano un aumento del 56 percento nel tonno rosso atlantico (Thunnus thynnus) e fino al 61 percento per lo spinarolo (Squalus acanthias). Ma cosa c'entrano i cambiamenti climatici e la pesca eccessiva? Gli scienziati hanno spiegato che a causa dello sfruttamento eccessivo di aringhe e altri piccoli pesci, i predatori sono stati spinti a cambiare dieta, orientandosi verso specie diverse e più grandi caratterizzate da un maggior accumulo di metilmercurio, come ad esempio i cefalopodi (calamari). A causa delle temperature più elevate dell'acqua, inoltre, i pesci per nuotare hanno bisogno di spendere più energia e di introdurre più calorie, con la conseguenza di accumulare sempre più mercurio nei propri tessuti. La sostanza tossica, dispersa nell'ambiente dalle attività umane, finisce negli oceani e torna così nei nostri piatti attraverso cibo sempre più contaminato e insalubre. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature.