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Coronavirus
20 Luglio 2021
12:53

Perché non devi saltare la seconda dose del vaccino Covid: il nuovo studio

Analizzando il sangue di volontari vaccinati contro il coronavirus SARS-CoV-2, un team di ricerca americano guidato da scienziati dell’Università di Stanford ha dimostrato che la seconda dose del vaccino anti Covid di Pfizer non solo incrementa il numero di anticorpi, ma induce anche una “straordinaria risposta” nelle cellule T e risveglia cellule quiescenti che potrebbero proteggerci persino da altri patogeni.
A cura di Andrea Centini
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Al di là del monodose di Johnson & Jonhson, tutti i vaccini anti Covid approvati per l'uso di emergenza dall'Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e dall'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) si basano su una doppia dose. La seconda, conosciuta come richiamo o “boost”, fondamentalmente serve a collaudare e potenziare le difese immunitarie innescate dalla prima, il cosiddetto “prime”. La singola dose, tuttavia, pur offrendo una certa protezione contro il patogeno pandemico, appare decisamente poco efficace contro la variante Delta (ex seconda indiana B.1.617.2), principale motore dell'attuale ondata di contagi. Se infatti una sola dose di AstraZeneca e Pfizer protegge attorno al 30 percento contro di essa, con la seconda lo “scudo” contro l'infezione sintomatica risulta decisamente maggiore e praticamente totale contro la forma grave della COVID-19 e la morte (come dimostra questa tabella). Già questo dettaglio potrebbe essere un ottimo incentivo a completare il ciclo vaccinale per gli indecisi, ma un nuovo studio mostra che la seconda dose di un vaccino Covid a RNA messaggero – nel caso specifico quello di Pfizer/BioNTech – potenzia a tal punto il nostro sistema immunitario da “risvegliare” particolari cellule che potrebbero proteggerci persino da altri agenti patogeni.

A dimostrare i molteplici vantaggi del richiamo del vaccino è stato un team di ricerca americano guidato da scienziati della Scuola di Medicina dell'Università di Stanford, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dello Yerkes National Primate Research Center di Atlant, della Divisione di malattie infettive del Cincinnati Children's Hospital Medical Center e di altri istituti statunitensi. Gli scienziati, coordinati dal professor Bali Pulendran, docente presso il Dipartimento di Patologia dell'ateneo di Stanford, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato il sangue di 56 volontari sani, tutti sottoposti alla vaccinazione anti Covid con il Tozinameran/BNT162b2 (nome commerciale Comirnaty), il farmaco messo a punto in collaborazione tra il colosso farmaceutico americano Pfizer e la società di biotecnologie tedesca BioNTech. Poiché i vaccini a mRNA sono una novità assoluta, approvati per la prima volta sull'uomo proprio per combattere il SARS-CoV-2, il professor Pulendran e i colleghi volevano indagare nel dettaglio in che modo stimolassero il nostro sistema immunitario; per questo hanno prelevato campioni di sangue a più riprese nei volontari, sia dopo la prima che dopo la seconda dose. Ciò ha permesso di fare scoperte molto significative.

Innanzitutto, com'era prevedibile, la seconda dose ha indotto una produzione di anticorpi molto maggiore rispetto alla prima, potenziando la cosiddetta immunità umorale o anticorpale. Come specificato dal professor Pulendran in un comunicato stampa, non solo ha stimolato un aumento multiplo dei livelli di anticorpi, ma ha anche determinato una “straordinaria risposta delle cellule T che era assente dopo la sola prima dose e una risposta immunitaria innata notevolmente migliorata”. Le cellule T fanno parte della cosiddetta “risposta cellulare” del sistema immunitario e, a differenza di quella anticorpale che va a caccia direttamente delle particelle virali, si basa su un esercito di linfociti che cerca e distrugge all'interno dell'organismo le cellule già infettate dal virus. In altri termini, fa piazza pulita delle nuove, potenziali fabbriche di virus e ne abbatte la moltiplicazione. La scoperta più interessante della ricerca non è comunque stata questa. Gli scienziati, infatti, hanno osservato il “risveglio” e la massiccia mobilitazione di un gruppo di cellule scoperte di recente che fanno parte della risposta innata del sistema immunitario e che normalmente sono “scarse e quiescenti”. Si tratta di peculiari monociti infiammatori rilevati per la prima volta nello studio “The single-cell epigenomic and transcriptional landscape of immunity to influenza vaccination”.

Prima della vaccinazione, spiegano gli esperti, rappresentavano soltanto lo 0,01 percento di tutte le cellule del sangue, ma dopo il richiamo sono aumentati di 100 volte diventando l'1 percento delle cellule del sangue circolanti. Poiché fanno parte del sistema immunitario innato, sono come sentinelle che avvertono per prime la presenza di un agente estraneo nell'organismo; pur non essendo “brave” a riconoscere la specificità del nemico, attivano precocemente tutte le altre risposte del sistema immunitario per combatterlo. Queste cellule si manifestano a malapena dopo la COVID-19, ma il vaccino di Pfizer le fa attivare, hanno spiegato i ricercatori. La loro disposizione risulta "meno infiammatoria ma più intensamente antivirale" e a causa delle loro caratteristiche sembrano fornire un'ampia protezione contro diverse infezioni virali. In parole semplici, facendo parte del sistema immunitario innato, non proteggerebbero solo dal SARS-CoV-2, ma anche da altri eventuali patogeni. “Lo straordinario aumento della frequenza di queste cellule, appena un giorno dopo l'immunizzazione di richiamo, è sorprendente. È possibile che queste cellule siano in grado di organizzare un'azione di contenimento non solo contro SARS-CoV-2 ma anche contro altri virus”, ha concluso il professor Pulendran. I dettagli della ricerca “Systems vaccinology of the BNT162b2 mRNA vaccine in humans” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature.

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