In Italia il vaccino anti COVID di AstraZeneca potrà essere somministrato anche tra i 55 e i 65 anni di età, purché non si rientri nelle fasce della popolazione definite “estremamente vulnerabili”, cioè affette da condizioni tali da porle a un rischio altissimo in caso di infezione da coronavirus SARS-CoV-2. La decisione, presa in seguito alla valutazione favorevole del Comitato Tecnico Scientifico (CTS) dell'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), è stata comunicata dal Ministero della Salute attraverso una circolare, con l'indicazione di aggiornamento per il documento “Raccomandazioni ad interim sui gruppi target della vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID-19” datato 8 febbraio 2021. Fino ad oggi, infatti, il vaccino della casa biofarmaceutica britannica-svedese era stato approvato solo per la fascia d'età compresa tra i 18 e i 55 anni di età, fondamentalmente per una carenza di dati relativi ai soggetti più anziani, ma grazie alle nuove valutazioni si è deciso di allargare il bacino di utenza fino ai 65 anni.

Come specificato nel documento sottoscritto dal direttore generale Giovanni Rezza, la decisione è stata presa poiché il gruppo di lavoro permanente sul coronavirus SARS-CoV-2 ha tenuto in considerazione le “nuove evidenze scientifiche che riportano stime di efficacia del vaccino superiori a quelle precedentemente riportate, e dati di immunogenicità in soggetti di età superiore ai 55 anni, nonché nuove raccomandazioni internazionali tra cui il parere del gruppo SAGE dell’OMS”. In parole semplici, col prosieguo delle somministrazioni e di altre analisi è stato determinato che il vaccino AZD1222 (conosciuto anche come ChAdOx1) ha un'efficacia sufficiente per garantire la protezione dalla COVID-19 anche tra i 55 e i 65 anni.

L'effettiva efficacia del vaccino, messo a punto in collaborazione con lo Jenner Institute dell'Università di Oxford e l'azienda italiana di Pomezia Advent-Irbm, è stata discussa sin dal rilascio dei dati di Fase 3, quando fu osservato – a causa di un errore – che essa era maggiore quando alla prima iniezione veniva somministrata mezza dose e non una intera. Recentemente lo studio “Single-dose administration and the influence of the timing of the booster dose on immunogenicity and efficacy of ChAdOx1 nCoV-19 (AZD1222) vaccine: a pooled analysis of four randomised trials” pubblicato sull'autorevole rivista scientifica The Lancet ha dimostrato che una singola dose è altamente efficace, e si raggiunge l'81,3 percento quando la seconda dose viene somministrata a 3 mesi di distanza dalla prima.

“Le evidenze che abbiamo disponibili sono che somministrando la seconda dose a 12 settimane dalla prima, l’efficacia del vaccino AstraZeneca è nell’ordine dell’82% per tutte le forme di COVID-19 indipendentemente dallo loro gravità. Per le forme più gravi questa copertura è invece significativamente superiore”, ha dichiarato in seno a una conferenza stampa il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli. “La posizione della Commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco, in linea con il Consiglio superiore di sanità Css, è che la somministrazione del vaccino AstraZeneca ai soggetti tra 18 e 55 anni era solo legata alla consistenza numerica dei dati relativi al numero de soggetti vaccinati. Dai 55 ai 65 la casistica è più limitata ma non c’è alcuna controindicazione o ragione per non considerare anche in questa fascia di età la somministrazione del vaccino di AstraZeneca. Ciò va fermamente ribadito”.

Questi dati positivi sono suffragati anche dai risultati di una ricerca preliminare condotta dalla Public Health England (PHE), che ha dimostrato un crollo dei ricoveri ospedalieri in Scozia nella popolazione vaccinata con una singola dose. È stato dell'85 percento per i vaccinati con la preparazione di Pfizer-BioNTech e ben del 94 percento per quelli con l'AstraZeneca. Complessivamente, è stato osservata una diminuzione dell'81 percento tra gli ultraottantenni vaccinati. Sono tutte indicazioni positive sull'elevata efficacia del vaccino, che sottolineano la bontà della decisione di voler allargare la somministrazione fino ai 65 anni.

Il cambio di rotta è un'ottima notizia perché, come è ben noto, le scorte di vaccino anti COVID sono estremamente limitate, e precludere un vaccino a una determinata fascia della popolazione può avere un impatto significativo sul progresso della campagna vaccinale. Del resto, tra i 55 e i 65 anni vi sono numerosi insegnanti, operatori sanitari e altri lavoratori contemplati tra le fasce più a rischio contagio, pertanto poterne vaccinare il più possibile non farebbe altro che far progredire più rapidamente verso l'immunità di gregge. Ma al momento è un traguardo ancora molto lontano, considerando che ad oggi, sulla base delle indicazioni del Ministero della Salute, sono stati vaccinati poco più di 3,5 milioni di italiani.