Materiale usato dal personale sanitario del centro per l’ebola di Guéckédou, in Guinea
in foto: Materiale usato dal personale sanitario del centro per l’ebola di Guéckédou, in Guinea

In Africa si muore di parto come di influenza, di morbillo come di diarrea: l'ebola virus, con le crisi cicliche che comporta, costituisce una piaga insidiosa ma, tutto sommato, secondaria rispetto alle emergenze permanenti che vivono molte aree del continente. Cosa, allora, spinge i mass media, e recentemente anche le autorità governative internazionali, a puntare l'occhio sull'ennesima epidemia che sta colpendo l'Africa occidentale?

Il problema, quando si parla di ebola, è che si ha a che fare con un virus del quale conosciamo le modalità di azione ma non le strategie di contrasto, noto soltanto da pochi decenni alla scienza e, oltretutto, spesso confinato in focolai di epidemie sviluppatesi intorno a piccoli villaggi di diversi Paesi africani. Insomma, l'ebola è stato studiato ma resta ancora incomprensibile per molti aspetti; e il fatto che non abbia mai colpito al di fuori dell'Africa aumenta la psicosi, soprattutto se si considera che attualmente ci troviamo di fronte alla più massiccia e grave diffusione di ebola da quando è stato individuato il virus.

Le origini del virus

L'ebola virus è causa di una febbre emorragica che, in molti casi, risulta fatale per l'uomo. La prima volta in cui il virus venne isolato fu appena nel 1976 nell'ambito di un'epidemia scatenatasi nel piccolo villaggio di Yambuku, in quello che allora ero lo Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) e che fece circa 150 decessi. Da allora ci sono state ventiquattro di crisi delle quali l'ultima è decisamente la più grave, avendo determinato il più elevato numero di morti e risultando, per molti aspetti, ormai del tutto incontrollabile. La via di trasmissione favorita del virus è quella dei fluidi corporei infetti della vittima, attraversi i quali gli agenti patogeni possono trovare nuovi ospiti da attaccare. Sangue e secrezioni sono la strada privilegiata dal virus che può tranquillamente trasmettersi anche partendo da individui defunti: per questa ragione, nelle ultime settimane, sono state messe sotto accusa le pratiche funerarie legate al lavaggio dei cadaveri che, in molti casi, precederebbero il rituale della sepoltura.

Nonostante siano stati effettuati molti studi di laboratorio sull'ebola virus, ad oggi non è stato neanche possibile appurare con sicurezza matematica quale sia la fonte di contagio: si ipotizza la provenienza sia animale e, in linea di massima, i migliori candidati risultano essere i pipistrelli della frutta. In effetti, i piccoli volatili vengono mangiati e serviti in alcune zone della Guinea tant'è che già da molti mesi il governo dello Stato africano ha diramato l'ordine di non vendere più queste creature. Tutto sommato, il potenziale epidemiologico dell'ebola non risulta affatto tra i più elevati: in primo luogo perché il virus non si trasmette per via aerea; inoltre, durante la prima incubazione, l'ebola non appare particolarmente contagiosa. Soltanto nei giorni in cui la febbre emorragica esplode, attraverso diarrea, vomito e sangue l'infezione diventa particolarmente aggressiva. Purtroppo, una delle ragioni principali di tutte le epidemia di ebola verificatesi fino ad oggi risiede principalmente nell'inadeguatezza delle strutture ospedaliere, nella mancanza di protocolli di igiene e sterilizzazione, nella scarsa formazione del personale in materia (spesso vittima in prima persona), nel deficit che riguarda tutte le strumentazioni più elementari, dai guanti agli aghi monouso, senza dimenticare come la stessa acqua risulti a volte carente.

Ebola virus
in foto: Ebola virus

Diagnosi, profilassi, mortalità

Uno degli elementi che ha reso più grave l'ultima epidemia di ebola riguarda la diffusione del ceppo virale: negli ultimi decenni la scienza ne ha identificati quattro, tra i quali quello denominato Zaire risulta essere il più aggressivo e ingestibile. Proprio questo, che presenta un tasso di mortalità pari al 70-90%, è stato riscontrato negli ultimi mesi nelle aree colpite: ciò significa che, per ogni dieci contagiati, soltanto tra, al massimo, hanno la fortuna di sopravvivere, sempre ammettendo che si trovino in un ospedale, magari in città, e non in un remoto villaggio dove le cure faticano ad arrivare.

Così come non esiste alcun vaccino contro l'ebola virus, non esiste neanche un protocollo standard per trattare la febbre emorragica scatenata da questo: gli interventi del personale medico e paramedico, quindi, si riducono a tentativi di ripristino dei parametri ordinari nell'organismo del paziente. Purtroppo, almeno nelle prime fasi in cui l'epidemia si manifesta, risulta assai difficile distinguere i sintomi (spossatezza, scarso appetito, mal di testa, gola infiammata, temperatura alta, dolori muscolari) da quelli di una normale influenza. L'incubazione dura dai 2 ai 21 giorni ma, in linea di massima, si calcola una media di una settimana trascorsa la quale i disturbi diventano evidenti e la situazione dell'organismo peggiora molto rapidamente. Tra vomito, diarrea e dolore cronico si arriva al punto critico: in questa fase gli interventi tendono soprattutto a cercare di reidratare il paziente e di ripristinare la coagulazione del sangue, sperando che l'emergenza rientri e che l'organismo non si avvii verso il collasso finale. Nel caso contrario, purtroppo più frequente, il sistema immunitario inizia a produrre le citochine che causano la febbre emorragica. I tessuti endoteliali collassano e i vasi sanguigni perdono di integrità, mentre il sistema immunitario attacca gli organi del corpo.

Origini dell'ultima epidemia e Paesi coinvolti

La prima morte sospetta da ebola virus è stata registrata nel dicembre del 2013 a Meliandou, in Guinea: la vittima era un bambino di due anni. Da allora il virus ha iniziato a manifestarsi con i suoi scoppi di febbre emorragica con sempre più insistenza fino a raggiungere una vastità di diffusione geografica mai verificatasi fino ad ora e che non ha risparmiato neanche le grandi città: i Paesi coinvolti al momento sono Liberia, Sierra Leone e la stessa Guinea, anche se è di pochi giorni fa la notizia di un cittadino liberiano morto in Nigeria. Ad oggi, il numero di casi di contagio ha superato le 1.200 unità, con oltre 670 decessi. Molte delle morti sono state registrate proprio nel personale sanitario dei diversi Paesi, fatto questo che non ha fatto altro che aggravare il quadro generale della situazione: in alcuni casi, infermieri e medici hanno iniziato a rifiutarsi di recarsi a lavoro, in altri si sono ritrovati a dover curare i propri stessi parenti, con strumentazioni appena sufficienti a lenire le loro sofferenze. Negli ultimi giorni, poi, due eventi hanno contribuito ad aumentare ulteriormente la psicosi da ebola, soprattutto al di fuori dei confini continentali:  il contagio dei primi due cittadini non africani (un medico ed un'igienista statunitensi, entrambi in servizio in un ospedale di Monrovia) e la morte in Sierra Leone del dottor Sheik Umar Khan, 39 anni, noto infettivologo e grande esperto di febbri emorragiche.

Il dottor Sheik Umar Khan, a sinistra, a colloquio con John Oponjo Benjamin, politico ed economista, già ministro delle finanze della Sierra Leone, presso l’ebola center di Kenema
in foto: Il dottor Sheik Umar Khan, a sinistra, a colloquio con John Oponjo Benjamin, politico ed economista, già ministro delle finanze della Sierra Leone, presso l’ebola center di Kenema

Ma l'ebola può arrivare in Italia?

L'ebola non ha mai ucciso al di fuori dei confini dell'Africa; anzi, per la precisione, il virus non ci è proprio mai stato in Europa o in America, se non in fialette di laboratorio. Questa è probabilmente la ragione per cui, attualmente, l'epidemia in corso viene investita di paure irrazionali, in verità prive di fondamento: del resto, come già accennato sopra, in Africa si continua a morire in circostanze che nei Paesi occidentali diventano fatali soltanto in casi eccezionali. Le possibilità che l'ebola virus si diffonda in Europa, o in Italia, sono estremamente scarse, in primo luogo perché, come già accennato, è necessario un contatto molto ravvicinato tra il contagiato e la persona sana. Inoltre, è assai probabile che l'epidemia che sta investendo l'Africa Occidentale sia aggravata da due fattori concomitanti: la mancanza di formazione di personale sanitario, in particolar modo di quello che opera nelle zone rurali, e il fatto che sia effettivamente la prima volta che questa area del continente si trova a fronteggiare il flagello. Fino ad ora la maggior parte delle epidemie erano localizzate in Congo ma anche in Uganda: di fatto la Guinea, la Sierra Leone e la Liberia si sono ritrovate del tutto impreparate dinanzi alla piaga. La possibilità di ricorrere ad attrezzature sterilizzate e a strumenti monouso, il rispetto di parametri igienici, renderebbero molto difficile la diffusione dell'ebola virus, in Italia come in qualunque altro Paese occidentale. Questa, però, non deve essere l'ennesima scusa per voltare la faccia altrove e ricominciare a non curarsi di un male che, fino ad ora, ha ucciso centinaia di individui tra sofferenze atroci.