I dati diffusi dalla Protezione Civile sulla circolazione del coronavirus SARS-CoV-2 in Italia risultano molto incoraggianti rispetto ai mesi scorsi, facendo emergere una curva epidemiologica tendenzialmente in calo. Sulla base dell'ultimo bollettino pubblicato domenica 5 luglio, si registrano infatti un totale di 14.642 positivi (74 in terapia intensiva, 945 ricoverati con sintomi e 13.623 in isolamento domiciliare) e 7 decessi; sono numeri significativamente inferiori rispetto a quelli del periodo più critico della pandemia, che nel nostro Paese ha determinato complessivamente 241.419 contagiati e 34.861 vittime (nel mondo gli infettati ufficiali sono quasi 11,5 milioni e i decessi 534.460). Nonostante le cifre positive, in diverse regioni italiane stanno tuttavia emergendo vari focolai, alcuni dei quali piuttosto robusti in termini numerici, come quello a Roma presso l'Istituto di Ricovero e Cura San Raffaele Pisana – con 120 contagi e cinque vittime – e quello a Bologna nel centro logistico della BRT (ex Bartolini), con 117 contagiati. Ma fortunatamente i nuovi focolai non stanno “esplodendo” come quelli di marzo: com'è possibile? Lo abbiamo chiesto al professor Pier Luigi Lopalco, epidemiologo, ordinario di Igiene e Medicina Preventiva presso l'Università di Pisa e coordinatore scientifico della task force della Regione Puglia per l'emergenza COVID-19 (l'infezione provocata dal patogeno emerso in Cina). Ecco cosa ci ha risposto

Professor Lopalco, perché i nuovi focolai che stanno emergendo in Italia non esplodono come quelli di marzo?

È una regola abbastanza semplice. Un focolaio esplode se non viene controllato. Cioè, perché si possa avere un'esplosione, ovvero un aumento dei casi improvviso, è necessario che si accumuli durante il tempo una certa base di infezioni. Quello che noi stiamo osservando in questo momento sono dei casi importati, che al massimo generano pochi casi secondari perché appunto vengono controllati. Faccio un esempio: il grosso focolaio all'agenzia di logistica in Emilia Romagna si è sviluppato con numerose infezioni perché non è stato appunto individuato ai primi casi. Se fossero stati individuati subito, si sarebbero limitati lì. Dipende molto dal tempo in cui il virus viene lasciato libero di correre. L'esplosione che noi abbiamo visto a marzo era il risultato di una circolazione incontrollata del virus per mesi.

Focolai come quelli attuali ma in autunno/inverno potrebbero esplodere grazie al freddo? O è sempre una questione di controllo?

Entrambi. Credo che sia una combinazione di situazioni. Quella ambientale favorisce la diffusione del virus, quindi è chiaro che in autunno ci sarà bisogno di più forze in campo. È tutto lì, per poter chiaramente controllare tutto quello che si potrà generare.

Quali sono i focolai che la preoccupano di più?

È chiaro che i focolai che preoccupano sono quelli che colpiscono situazioni in cui abbiamo dei potenziali pazienti fragili. Quello che dobbiamo evitare è che il virus entri in situazioni assistenziali. Ci vuole la massima attenzione, perché oggettivamente se il virus entra in una comunità di persone giovani e in buona salute è ovvio che i danni in termini di impatto di salute pubblica è molto più basso.

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