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Coronavirus
21 Maggio 2021
15:19

Perché i vaccini Covid di Pfizer e Moderna funzionano meglio negli uomini che nelle donne

Un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell’Università Statale del Michigan ha determinato che i vaccini anti Covid a RNA messaggero (mRNA) di Pfizer e Moderna sono leggermente più efficaci negli uomini per una caratteristica delle cellule immunitarie natural killer (NK) maschili; sono infatti più “brave” di quelle femminili ad assorbire le nanoparticelle che contengono l’informazione genetica della proteina S o Spike del coronavirus SARS-CoV-2.
A cura di Andrea Centini
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I vaccini contro il coronavirus SARS-CoV-2 approvati per l'uso di emergenza dall'Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e dall'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) si dividono in due grandi categorie: quelli a vettore virale, come il Vaxzevria di AstraZeneca e l'Ad26.COV2.S di Johnson & Johnson; e quelli a RNA messaggero, come l'mRNA-1273 di Moderna-NIAID e il BNT162b2/Tozinameran (Comirnaty) di Pfizer-BioNTech. Tutti hanno dimostrato di essere estremamente sicuri ed efficaci contro la COVID-19, come mostrano i dati su contagi, ricoveri e decessi nei Paesi in cui sono più diffusi. Tuttavia, per i vaccini a mRNA sussiste una leggera ma interessante differenza: gli uomini risultano un po' più protetti delle donne. Gli studi clinici hanno infatti rilevato che il vaccino di Moderna ha un'efficacia nel prevenire la COVID sintomatica del 95,4 percento negli uomini e del 93,1 percento nelle donne. Il farmaco di Pfizer-BioNTech ha invece dimostrato un'efficacia del 96,4 percento negli uomini e del 93,7 percento nelle donne.

Si tratta di una differenza piuttosto piccola, ma che non può essere sottovalutata dagli scienziati. A indagare sulle ragioni di questo fenomeno e a darne una possibile spiegazione è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Università Statale del Michigan, Stati Uniti, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Medicina Molecolare dell'Università Sapienza di Roma, del Dipartimento di Scienze Biologiche dell'Università di Lehigh, del Dipartimento di Radiologia, Imaging molecolare pediatrico e dell'Università di Stanford e del Brigham and Women's Hospital dell'Università di Harvard. Gli scienziati, coordinati dal professor Morteza Mahmoudi, docente presso il Dipartimento di Radiologia dell'ateneo statunitense, sono giunti alla conclusione che questa differenza possa dipendere proprio dalle nanoparticelle lipidiche di polietilenglicole (PEG), all'interno delle quali viene “impacchettata” l'informazione genetica della proteina S o Spike del coronavirus SARS-CoV-2 necessaria per scatenare la risposta immunitaria.

Il professor Mahmoudi e i colleghi studiano da anni i medicinali che si basano sulla nanomedicina, una tecnologia utilizzata soprattutto nella lotta contro il cancro ma che in realtà, come sottolineato dagli studiosi in un comunicato stampa, non ha offerto i risultati sperati, ovvero migliori di quelli delle cure standard. Già da ricerche precedenti lo scienziato aveva evidenziato che le nanoparticelle possono comportarsi in modo diverso negli uomini e nelle donne, pur avendo dimostrato una robusta efficacia in entrambi i sessi con i vaccini anti Covid. Ma perché gli uomini risultano leggermente più protetti? Gli scienziati hanno scoperto che alcune cellule immunitarie chiamate natural killer (NK), i “soldati” che uccidono le cellule infette, negli uomini assorbono più nanoparticelle che nelle donne. Per dimostrarlo hanno esposto le nanoparticelle lipidiche modello (LNP) al sangue di 18 donatori sani (10 donne e 8 uomini) e, attraverso un esame chiamato citometria a flusso, hanno misurato l'assorbimento cellulare da parte dei leucociti circolanti. I risultati hanno dimostrato che le cellule NK maschili sono più "brave" di quelle femminili ad assorbire le nanoparticelle, pertanto si ritiene che quelle che portano l'informazione genetica per combattere la COVID-19 hanno una “marcia in più” quando vengono inoculate negli uomini.

Secondo gli scienziati questa sottile differenza potrebbe essere eliminata inserendo prima le nanoparticelle nel plasma di un donatore, ma saranno necessari studi più approfonditi per capire a fondo le basi biologiche di questa risposta dei leucociti. I dettagli della ricerca “The Possible Role of Sex As an Important Factor in Development and Administration of Lipid Nanomedicine-Based COVID-19 Vaccine” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Molecular Pharmacology, accompagnati da un altro studio su Nature Communications e un altro su Advanced Drug Delivery Reviews.

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