Coronavirus
12 Luglio 2021
13:12

Perché gli anziani delle RSA sono a rischio Covid anche se vaccinati

Analizzando un focolaio di COVID-19 emerso in una casa di cura della Francia orientale dove la campagna vaccinale era ben avviata, un team di ricerca dell’Hopitaux Civils de Colmar ha determinato che gli anziani vaccinati con due dosi hanno un rischio significativo di contagio nelle RSA, sebbene sviluppino la forma lieve dell’infezione. Tra i non vaccinati il rischio di positività è triplo.
A cura di Andrea Centini
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Gli studi clinici hanno dimostrato che i vaccini anti Covid a RNA messaggero (Moderna-NIAD e Pfizer-BioNTech) presentano un'efficacia attorno al 95 percento contro l'infezione sintomatica da coronavirus SARS-CoV-2, mentre quella dei vaccini a vettore adenovirale – “Vaxzevria” di AstraZeneca e il monodose di Johnson & Johnson – si attesta rispettivamente all'82 e al 66 percento. Tali percentuali, non direttamente confrontabili per molteplici ragioni (dal tipo di tecnologia al periodo in cui sono stati testati, con o senza varianti di preoccupazione in circolo), si riferiscono a un'efficacia media, generalmente a quella della popolazione adulta senza particolari problemi di salute. Com'è noto, tuttavia, il sistema immunitario degli anziani è meno pronto e reattivo a causa di un indebolimento legato all'età, chiamato immunosenescenza; ciò significa che l'efficacia di un qualsivoglia vaccino risulta generalmente inferiore rispetto a quella della popolazione generale. Un nuovo studio ha appena mostrato che gli ospiti delle case di cura (RSA), luoghi particolarmente colpiti durante la prima ondata della pandemia di COVID-19, anche se vaccinati con la doppia dose hanno un rischio significativo di essere contagiati e sviluppare sintomi. Fortunatamente gli immunizzati contagiati hanno comunque probabilità sensibilmente inferiori di sperimentare la forma grave dell'infezione e di morire per essa.

A condurre il nuovo studio è stato un team di ricerca francese dell'Hopitaux Civils de Colmar guidato dal professor Martin Martinot, che ha analizzato un peculiare focolaio di COVID-19 emerso all'inizio dell'anno in una casa di cura della Francia orientale. Qui, infatti, la campagna vaccinale era ben avviata, basata sull'inoculazione delle due dosi del BNT162b2/Tozinameran (nome commerciale Comirnaty), il vaccino del colosso farmaceutico Pfizer messo a punto con la società di biotecnologie tedesca BioNTech. Entro la metà di febbraio 2021, hanno scritto gli scienziati in un comunicato stampa, “settanta (il 75 percento) dei residenti e 38 (52 percento) operatori erano completamente vaccinati”. Il focolaio nella RSA si è innescato il 15 marzo e, nel giro di un paio di mesi, sono risultati positivi al coronavirus SARS-CoV-2 il 26 percento degli ospiti (24 su un totale di 93) e il 22 percento degli operatori sanitari (16 su 73).

Incrociando i dati delle infezioni con quelle delle vaccinazioni, è emerso che la metà degli anziani positivi al tampone oro-rinofaringeno non era stato completamente vaccinato, mentre tutti i positivi tra lo staff della RSA non avevano ricevuto il vaccino. Dall'analisi statistica è stato determinato che i residenti non vaccinati avevano un rischio triplo di essere contagiati rispetto a chi aveva ricevuto la doppia dose del vaccino a RNA messaggero. I vaccinati, inoltre, hanno sperimentato solo forme lievi della COVID-19, mentre due non vaccinati hanno sviluppato quella grave. L'efficacia del farmaco nei soggetti anziani è stata calcolata pari al 68 percento, che è piuttosto inferiore al 95 percento degli studi clinici. Ciò, tuttavia, non è dipeso soltanto dall'immunosenescenza, ma anche al fatto che il focolaio è stato innescato dalla variante Alfa (ex inglese B.1.1.7), che non era presente quando sono stati effettuati i trial clinici del vaccino di Pfizer e che ha guidato la seconda ondata di contagi dello scorso inverno. Le quattro attuali varianti di preoccupazione del coronavirus SARS-CoV-2 (Alfa, Beta, Gamma e Delta) sono classificate come tali poiché ritenute più trasmissibili, aggressive/virulente e/o caratterizzate dalla capacità di ridurre l'efficacia degli anticorpi neutralizzanti (sia indotti da vaccino che da una precedente infezione naturale). Pertanto non c'è da stupirsi che un vaccino risulti meno efficace contro un ceppo mutato rispetto a quello originale o “selvatico” del virus, emerso a Wuhan negli ultimi mesi del 2019.

Un dettaglio interessante del focolaio nella RSA francese risiede nel fatto l'età media degli infettati (91 anni) era più alta di quella dei negativi (87 anni). Secondo gli autori dello studio, dunque, i focolai di COVID-19 possono rappresentare una seria minaccia nelle case di cura con pazienti particolarmente anziani dove la copertura vaccinale, sia tra lo staff che tra i residenti, non è sufficientemente elevata. “Questo focolaio evidenzia la necessità di alti tassi di vaccinazione fra residenti e operatori sanitari nelle strutture di assistenza a lungo termine e in altri centri che accettano pazienti anziani e quelli con più condizioni di salute di base”, ha dichiarato il professor Martinot in un comunicato stampa. “L'immunizzazione contro la COVID-19, sebbene molto protettiva – i residenti avevano probabilità tre volte inferiori di sviluppare la COVID-19 quando completamente vaccinati – sembra un po' meno efficace nei nostri pazienti più anziani. Pertanto, avere il più alto tasso di vaccinazione è importante per prevenire epidemie e proteggere i residenti e gli operatori sanitari”, ha concluso l'esperto. Anche per questa ragione, in Italia e in altri Paesi, la vaccinazione è stata resa obbligatori per tutti i professionisti della salute, anche tenendo presente che alcuni pazienti non possono nemmeno essere vaccinati. I dettagli dello studio sono stati presentati in seno a una conferenza stampa tenutasi durante l'annuale Congresso europeo sulla microbiologia clinica e le malattie infettive (ECCMID).

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