Gli specialisti del Comitato Tecnico Scientifico (CTS) per l’emergenza coronavirus in un recente incontro presso la sede della Protezione Civile hanno stabilito di proporre la riduzione del periodo di quarantena obbligatoria per i positivi, abbassandolo da 14 a 10 giorni. Analogamente, è stato deciso di “liberare” i pazienti con un solo tampone negativo, quando in precedenza era necessario un doppio tampone. Queste proposte di ‘tagli', poi approvate e rese esecutive dal Governo nell'ultimo Dpcm, sono state accolte con favore dagli esperti, fra i quali anche il professor Pierluigi Viale, direttore dell'unità di Malattie Infettive del Policlinico Sant'Orsola di Bologna e direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche presso l'Università di Bologna “Alma Mater Studiorum”. Nei suoi interventi lo scienziato ha affermato che dopo 10 giorni i tamponi non servono a niente, pertanto lo abbiamo contattato per farci spiegare meglio questa posizione. Ecco cosa ci ha raccontato.

Professor Viale, recentemente ha espresso favore per la riduzione della quarantena da 14 a 10 giorni e per quella dei tamponi di controllo, passati da 2 a 1. Ha inoltre sottolineato che dopo il decimo giorno i tamponi non sono utili. Ci spieghi meglio.

Diciamo che le battaglie si vincono una trincea per volta, e questa è una bella trincea. Nel senso che il mondo scientifico ha condiviso il fatto che dopo dieci giorni dall'inizio dei sintomi il paziente non è più contagioso, e che quindi il doppio tampone per rimetterlo in libertà è inutile. Questa è una cosa ormai condivisa a livello scientifico, per cui sostanzialmente questa evidenza si scontrava con un dispositivo di legge diverso, che prevedeva un doppio tampone. Questa storia del doppio tampone negativo ha costretto a casi di isolamento inutile un sacco di gente che per sua sfortuna aveva queste false positività. Poi il mondo scientifico ha acquisito questa conoscenza – all'inizio naturalmente non lo sapeva nessuno -, l'ha messa sul terreno e il Governo l'ha recepita. Intanto ha dimezzato. Io ho imparato in questa mia esperienza in cui mi sono confrontato sia con l'aspetto clinico, che con quello organizzativo e anche un po' con quello politico della gestione dell'epidemia, che la visione politica non è necessariamente sovrapponibile a quella clinica. Il politico deve prendere delle decisioni ed è necessaria una maggiore cautela. Tendenzialmente abbiamo la sensazione che il mondo politico reagisca sempre in ritardo alle nostre sollecitazioni, ma in realtà non è così. È una prudenza legata al fatto che il mondo politico guarda al cittadino a 360°. Ho letto di questa decisione con grande soddisfazione, perché ho pensato: “bene, evidentemente, la nostra voce è stata ascoltata”.

Lei comunque "punta" a zero tamponi di controllo

Una prima trincea l'abbiamo passata, adesso magari passeremo anche la seconda. Ma io lo capisco, perché insomma, una nazione, un sistema sanitario, un sistema legale che fino al giorno prima ha detto che bisogna fare due tamponi, e che dalla sera alla mattina poi dice “non fate più niente”, insomma, potrebbe essere difficile da far capire al cittadino. Intanto cominciamo a fare un passo per volta. Se io da professor Viale, infettivologo di Bologna, parlo a un congresso dico: “I due tamponi non servono”. Quando divento il signor Viale, ministro della Salute, allora dico: “Abbiamo sempre detto che ne facciamo due, adesso cominciamo a dire che ne facciamo uno e poi col tempo arriveremo anche a togliere l'altro”. Io la leggo così, con favore, sono contento. Perché comunque significa già molto. È prodromico ad avere un'accettazione globale del problema. Quello che io le dico viene da uno che fa lo specialista in malattie infettive, magari nel CTS non ci sono solo infettivologi. Ci sono anche altri specialisti, altre culture, che magari sono più prudenti rispetto a noi. Magari hanno un background diverso. Il ministro secondo me ascolta tutti e poi alla fine cerca un po' di mediare. Magari vuole essere più sicuro. Però è un passo avanti importante.

In Germania ad esempio sono già "avanti": i tamponi non sono obbligatori dopo la quarantena, solo per chi ha sperimentato una malattia grave

Che uno abbia avuto una malattia grave o una malattia paucisintomatica, il doppio tampone comunque non serve. Quando si deve rispondere di 50-60 milioni di persone probabilmente si tende sempre ad avere un atteggiamento prudente. Comunque va bene così, la strada è quella. Il doppio tampone non serve e quelli che risparmiamo possiamo usarli da altre parti. Adesso facciamo 150mila tamponi al giorno, se riuscissimo a farne 250mila-300mila il sistema ne beneficerebbe.

Cosa ne pensa del fatto che i sintomatici devono avere tre giorni consecutivi senza sintomi prima di sottoporsi al tampone e poter essere “liberati” se negativi?

Il discorso di fondo è un'evoluzione della malattia favorevole. La negativizzazione della sintomatologia poi varia da persona a persona, dalle comorbosità eccetera eccetera. Se uno dopo 10 giorni è vivo, mangia, parla e respira, è guarito. E quindi si può liberare. Io avrei fatto una cosa diversa: avrei detto, "due settimane e poi tutti fuori".

Alcuni pensano che siano sufficienti 7 giorni di quarantena, come in Francia, e come del resto è stato fatto anche qui da noi per gli operatori sanitari. Ovviamente sempre con tampone negativo. Pensa che siano troppo pochi?

No. Il discorso è questo: la carica virale è diversa in rapporto alla gravità della malattia. Più è grave la malattia, più carica virale hai, quindi è lecito supporre che una persona paucisintomatica o asintomatica perda la carica virale rapidamente. Ci sono due strade: o fai fare 14 giorni a tutti, e dopo basta e sono liberi, oppure fai 7 giorni più i tamponi. Perché ci sono persone che si negativizzano in 7 giorni, e c'è chi si negativizza in 14 giorni. Sette giorni non sono un tempo sufficiente senza tampone. Quando è diventato positivo Ibrahimovic al Milan gli facevano i tamponi tutti i giorni, e cercavano di farlo tornare in squadra in tutti i modi. Siamo in Italia, siamo un Paese ricco, per le persone molto necessarie, o che hanno una sintomatologia molto modesta, si può pensare di fare uno “sconto” dei giorni, però con la negatività virologica. O non fai niente e dopo le due settimane sei libero come un fringuello, oppure a sette giorni si può già provare a vedere. Ora, sperare che questo succeda in un paziente che ha una polmonite devastante è come sperare di togliere l'acqua dal mare. Sperare invece che succeda a uno con una situazione come quella di Ibrahimovic, sì, è possibile, e quindi vale la pena provarci.

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