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29 Novembre 2012
13:53

“Per una persona che soffre la fame, due mangiano troppo”

In occasione del quarto forum internazionale organizzato dal Barilla Center for Food Nutrition, si discute a Milano dei paradossi alimentari del nostro Pianeta.
A cura di Nadia Vitali
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Sulla Terra si sta sempre più stretti: se ormai da tempo abbiamo sfondato il tetto dei sette miliardi di abitanti, i trend demografici attuali promettono un 2050 nel quale, per sfamare la popolazione senza imporre drastiche modifiche ai regimi alimentari di una parte consistente di mondo, saranno necessari all'incirca tre Pianeti. Entro quella data, infatti, l’umanità avrà toccato quota nove miliardi e richiederà un incremento nella produzione del cibo pari al 70%: un incremento che, ad oggi, non è neanche lontanamente immaginabile né programmabile, con gli spazi destinati alle coltivazioni in costante diminuzione e, in generale, con il drammatico e crescente impoverimento delle risorse naturali. Quali sono le strade da prendere per scongiurare una crisi alimentare che potrebbe rivelarsi catastrofica, è il tema di cui si discute nel corso dell'appuntamento annuale organizzato dal Barilla Center for Food and Nutrition in due giorni di dibattiti presso l'Università Bocconi di Milano, il 28 e il 29 novembre.

Il paradosso dello spreco

I dati più recenti indicano che per ogni persona che non ha accesso sufficiente al cibo ed è condannata alla malnutrizione ne corrispondono due che mangiano troppo: in numeri questo significa che, a fronte di circa un miliardo e mezzo di individui iper-nutriti, in sovrappeso o obesi, ce ne sono 868 che soffrono la fame. L'obesità costa alla spesa pubblica circa 227 miliardi di dollari ogni anno negli USA (più del 5% della spesa sanitaria) e 236 miliardi di euro in Europa (l’8% della spesa sanitaria), senza contare tutte le patologie riconducibili al sovrappeso. E a rendere ancor più squilibrata da una parte la bilancia c’è il fattore spreco, piaga dell’occidente contemporaneo contro la quale qualunque tipo di norma e appello alla coscienza personale sembra essere di qualche utilità: perdite lungo la filiera e cattive abitudini portano nella pattumiera oltre il 30% del cibo prodotto ogni anno, pari a circa 1.3 miliardi di tonnellate di beni perfettamente commestibili, un quantitativo che potrebbe coprire per ben quattro volte la domanda di quegli 868 milioni di persone che oggi non hanno diritto neanche alle risorse alimentari di base.

In linea generale, questa immensa mole di cibo va perduta nei Paesi in via di sviluppo e sprecata nei Paesi occidentali. In altri termini questo significa che, nel primo caso, le perdite alimentari sono dovute alla carenza infrastrutturale, alla scarsezza di risorse tecnologiche e alla mancanza di investimenti che caratterizza le realtà più povere e che, quindi, implicano perdite che si verificano durante la fase di produzione, raccolto, conservazione o lavorazione. I milioni di tonnellate di cibo sprecato dei Paesi industrializzati, invece, sono principalmente il frutto dell’uso ancora diffusissimo di gettare alimenti anche quando sono in buone condizioni e perfettamente consumabili. I dati della FAO evidenziano come, ad andare sprecati o perduti, sono per la maggior parte frutta e verdura: eppure non si può dimenticare che, alle spalle di questi 1.3 miliardi, ci sono litri e litri d’acqua che sono stati indispensabili per i processi di produzione e lavorazione. Una spirale che impoverisce il Pianeta, affama i più poveri e porta i Paesi più ricchi sempre più lontani dal benessere, nonostante gli sforzi per evitarlo.

Dietro i biocarburanti

Si rende quindi indispensabile un ripensamento dei modelli di sviluppo e dei criteri di sostenibilità alla luce di una maggiore equità, anzi del principio di giustizia, che significherebbe anche fermare lo strapotere delle grandi multinazionali che spesso acquistano terreni da piccoli produttori ridotti alla fame, sostituendo poi alle colture locali grandi monocolture che rispondono alla domanda su larga scala dei Paesi occidentali: un dato che determina non soltanto l’impoverimento culturale e la perdita di libertà dell’agricoltore che si dedica ad un bene personale, ma anche una crisi più strettamente organica legata ad un innaturale sovrasfruttamento dei suoli. Tra le coltivazioni maggiormente imputate in questo processo predatorio di land grabbing spiccano senza dubbio quelle che servono alla produzione dei biocarburanti.

Suona ancora come un paradosso, infatti, il dato sconcertante (e scandaloso) per cui il 6% dei cereali coltivati nel mondo sono utilizzati per la produzione dei biocombustibili: nell'ordine delle priorità l’alimentazione delle automobili sarebbe dunque ad un gradino superiore, se si considerano gli 868 milioni di persone malnutrite? Certamente si fa fatica a digerire i numeri presentati oggi dal Forum di Milano secondo i quali il 50% del mais proveniente dagli Stati Uniti finisce a bruciare nei serbatoi; ma anche quelli relativi ad un terzo della produzione cerealicola totale del mondo che viene destinata a capi di bestiame per l’allevamento. Un paradosso del quale, a pagare le conseguenze, sono al momento per i più sventurati della Terra: ma che non tarderà a mostrare i suoi più drammatici effetti anche in quella parte di mondo che, per il momento, resiste a fatica e cerca soluzioni per contrastare quella che potrebbe essere, in futuro, una crisi gravissima per l'intero Pianeta.

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