Qualcuno forse ricorderà ancora le storie di Happy Feet ed Happy Feet Junior, i due pinguini che, rispettivamente nel 2011 e nel 2013, vennero ritrovati sulle spiagge della Nuova Zelanda, dopo aver nuotato per diversi mesi nelle acque del mare senza una meta, avendo perso rotta e compagni: ebbene, questi due casi possono essere definiti emblematici non tanto per lo straordinario viaggio che gli uccelli compirono loro malgrado (di fatto un evento infrequente, tale da suscitare interesse e curiosità in tutto il mondo) ma perché entrambe le creature vennero sottoposte a delicati interventi chirurgici nel tentativo di salvarne le vite (con Happy Feet Junior, purtroppo, fu impossibile). E fu proprio in quella occasione che i veterinari rivelarono come negli stomaci degli animali fossero stati ritrovati notevoli quantitativi di rifiuti tali da costituire un rischio concreto per la loro sopravvivenza.

La più grande minaccia per gli animali marini, infatti, oggi è costituita dalla plastica: un killer silenzioso, che non desta clamore come le fuoriuscite di petrolio o di acque radioattive, ma che costantemente e inesorabilmente condanna a morte migliaia di creature. Naturalmente i pinguini non sono le uniche vittime: tra uccelli marini, pesci e cetacei la lista potrebbe essere lunghissima e degna della maggior attenzione possibile. Ma il problema è di una tale vastità e portata che risulta difficile anche immaginare possibili soluzioni immediatamente operative: certamente non è mai inutile esortare al rispetto dell’ambiente, ricordare quanto sono lunghi i tempi di smaltimento della plastica (una bottiglia ci mette un millennio a distruggersi ma, per essere precisi, il processo non può mai giungere completamente a compimento), sensibilizzare sul tema in ogni angolo del Pianeta, facendo leva soprattutto sul triste destino a cui si condannano migliaia di creature. Ma una domanda, tristemente, sorge sempre in questo caso: può servire realmente a qualcosa, se nell'Oceano esiste una vera e propria isola si spazzatura, formatasi nell'arco di decenni e che continua a crescere e ad inglobare nuovo materiale galleggiante?

La chiamano Pacific Trash Vortex, una macchia di immondizia che si trova nell'Oceano Pacifico e che costituisce una inquietante nuova terra emersa della quale il nostro Pianeta non aveva alcun bisogno: alla fine degli anni ’80 il NOOA (l'agenzia americana che si occupa prevalentemente di studi sul clima) ne aveva ipotizzato l’esistenza sulla base di osservazioni indirette: tra la conoscenza delle correnti e la consapevolezza delle immani quantità di rifiuti nelle acque marine, non tutti spiaggiati, era logico giungere a tali conclusioni. L’estensione di questa isola può essere calcolata soltanto approssimativamente: si va dalle stime al ribasso partono dai 700.000 chilometri quadrati, giungendo fino agli oltre dieci milioni. Nessuno dei due dati potrebbe essere in alcun modo confortante: si passa da una dimensione pari alla penisola iberica ad una superiore agli Stati Uniti. Ad alimentare tale enorme aberrazione, hanno contribuito negli anni anche incidenti occorsi a navi che trasportavano container; il più grottesco, senza dubbio, avvenne nel 1992 quando decine di migliaia di giocattoli per il bagnetto dei bambini finirono a mare: si fa presto ad immaginare un esercito di papere galleggianti invadere una porzione d’Oceano. Qualche detrito è giunto anche più di recente a causa del maremoto che ha colpito il Giappone nel 2011: ma di materia prima per pascersi sempre più, al Pacific Trash Vortex, non ne manca di certo.

Si ritiene che l'isola di plastica sia collocata tra il 135º e il 155º meridiano Ovest e tra il 35º e il 42º parallelo Nord: ma questa non è altro che la più tristemente nota, poiché anche nell'Oceano Atlantico sono state rilevate vaste quantità di rifiuti plastici (in effetti era difficile immaginare che le cose fossero diverse). Del resto, anche il più modesto (per estensione) Mar Mediterraneo è letteralmente soffocato dalla plastica, con 290 miliardi di microrifiuti che galleggiano e costituiscono spesso il rischioso pasto di uccelli e pesci: sensibilmente in difficoltà, il bacino che fu la culla delle più grandi civiltà del passato sembra destinato a divenire un paesaggio di morte in pochi anni, secondo alcuni studiosi. È evidente che il fenomeno è talmente esteso, e le conseguenze talmente imprevedibili, che difficilmente si riesce a pensare a qualche soluzione pratica: ma allora a noi non resta altro che questo scenario fantascientifico in cui, a causa della nostra "civiltà", condanniamo a morte tutte le creature (o una parte sostanziosa di essa) che dovrebbero costituire la più grande ricchezza della nostra Terra, con la sua varietà e la sua bellezza?