Quanto siamo determinanti per la nostra felicità? Secondo Martin Selingman, considerato il fondatore della psicologia positiva, il senso di felicità di un individuo dipende per il 60% dal nostro patrimonio genetico e per il 40% dalle nostre decisione. Se il determinismo di Selingman può far paura, è di conforto che il 40% rappresenta un potere di intervento ancora importante, ragion per cui Focus ha elencato otto possibili azioni e volontà che secondo diverse ricerche possono contribuire a renderci felici:

  1. Un po' di aria fresca. Nel 2010 il Journal of Environmental Psychology ha raccolto una serie di ricerche concordi nel riconoscere all'aria e al sole un ruolo importante per il nostro benessere: 20 minuti al giorno (almeno) all'aria aperta migliorano la nostra memoria.
  2. Mettici impegno. Già il 60% non dipende da noi, se poi per il restate 40% la felicità ci deve anche piovere addosso, stiamo freschi che arrivi. Il Journal of Positive Psychology ha pubblicato due articoli secondo cui l'impegno ad essere felici produce i suoi risultati: un campione di persone è stato sottoposto all'ascolto di brani allegri per due settimane. Alla fine la "terapia" musicale avrebbe prodotto effetti positivi.
  3. Conosci te stesso. Siamo tutti diversi ed ognuno di noi sa fare una cosa meglio di altre (e probabilmente anche meglio di altri). Shawn Achor, psicologo ad Harvard autore di "Happiness Advantage", ha raccontato nel suo saggio un esperimento condotto su 577 persone a cui è stato suggerito di usare in maniera diversa il proprio punto di forza. Alla fine dell'esperimento i volontari sono risultati più felici e il loro benessere ha mostrato una particolare longevità: un mese dopo la conclusione dello studio, i volontari avevano conservato lo stesso livello di felicità.
  4. Fai sport. L'esercizio fisico fa bene all'umore e a dirlo è una ricerca dell'Università di Bristol. Secondo lo studio britannico l'effetto positivo sull'umore viene dalle endorfine, la cui produzione aumenta con il moto. Si tratta di un beneficio che supera la giornata stessa di attività: se l'esercizio fisico è un'abitudine quotidiana, la "felicità" si prolunga anche ai giorni di riposo.
  5. Riconosci il senso della vita. La felicità ha bisogno di una bussola, a quanto pare. Per sette anni un gruppo di studiosi della Tohoku University a Sendai, in Giappone, ha tenuto sotto controllo 43 mila adulti tra i 40 e i 79 anni, chiedendo loro se avessero maturato una ikigai, ossia un senso della propria vita. Sette anni dopo il 95% di chi aveva riferito di aver raggiunto la propria ikigai era ancora vivo, contro l'83% di chi non l'aveva riconosciuta. Secondo gli studiosi il maggiore tasso di mortalità era correlato a malattie cardiovascolari.
  6. Circondati di persone felici. La felicità, come altri stati d'animo. è contagiosa. Il periodico Statistics in Medicine ha pubblicato la ricerca condotta da team della Harvard University e della University of California, secondo cui la felicità di un amico ha il 25% delle possibilità di venirci trasmessa, così come un coniuge felice ha l'8% di possibilità in più di trasmettere il proprio stato emotivo al partner. Secondo la "teorie dei tre gradi di influenza" la felicità può essere trasmessa per tre gradi: da noi agli amici e agli amici degli amici. Un vero e proprio contagio.
  7. Amici, quelli veri. A proposito di amicizie, è importante avere una comunità di conoscenze forti. Si va dagli amici alla famiglia: secondo uno studio condotto dallo psicologo Shawn Achor su 1.600 studenti di Harvard, le relazioni forti danno più benefici di un reddito alto. Come si dice? "Chi trova un amico, trova un tesoro".
  8. Fare del bene, ti fa bene. Aiutare gli altri dà benefici anche a sé stessi. Studiando quaranta ricerche condotte negli ultimi venti anni, la dottoressa Suzanne Richards dell'Università di Exeter Medical School ha osservato una relazione tra volontariato e benessere psicologico, potendo concludere che il primo – che sia rivolto a persone o ambiente – è causa del secondo. Aiutare gli altri, infatti, riduce il rischio di incorre in stati depressivi e del 22% il rischio di morte. Qui, però, si possono stabilire correlazioni con il punto 5: chi fa del bene non ha tendenzialmente riconosciuto il proprio ikiga?

[Foto in apertura di Thomas Hawk]