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Covid 19
7 Dicembre 2021
16:04

Ora sappiamo di quanto la terza dose aumenta la protezione nei vaccinati con Astrazeneca

Lo ha determinato il team di ricerca dietro allo studio britannico Cov-Boost che ha valutato sicurezza, risposta immunitaria ed effetti collaterali di sette diversi vaccini Covid quando utilizzati come terza dose di richiamo.
A cura di Valeria Aiello
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Nel decidere l’avvio della campagna terza dose anti Covid per potenziare la risposta immunitaria diretta conto Sars-Cov-2, in tanti avranno probabilmente notato che, ad eccezione dei vaccini di Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson, nessuno studio aveva finora valutato quali fossero sicurezza ed efficacia del richiamo nei vaccinati con Astrazeneca.

La terza dose nei vaccinati con Astrazeneca

Una lacuna dovuta al fatto che le prime indagini sono state condotte principalmente in Paesi come Israele e Stati Uniti, dove il vaccino sviluppato dall’Università di Oxford non è stato approvato oppure è stato utilizzato marginalmente nella popolazione. Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, ha finalmente messo nero su bianco dati fondamentali per chi ha ricevuto il primo ciclo con Astrazeneca e ora si trova davanti al dilemma se scegliere tra Pfizer o Moderna come terzo richiamo.

L’analisi, condotta da un team di ricerca britannico nell’ambito dello studio Cov-Boost, ha coinvolto 2.878 adulti di età pari o superiore a 30 anni, di cui circa la metà di età pari o superiore a 70 anni, tutti completamente vaccinati con ciclo iniziale a due dosi di Astrazeneca o di Pfizer, divisi in gruppi che hanno ricevuto come terza dose uno di sette diversi vaccini anti-Covid: oltre al booster con Pfizer o Moderna, i ricercatori hanno infatti anche analizzato sicurezza, risposta immunitaria ed effetti collaterali di altri cinque vaccini quando utilizzati come terza dose (Astrazeneca, Novavax, Johnson & Jonhson, Valenva e Curevac). I richiami sono stati somministrati a distanza di 3 mesi dopo il ciclo iniziale a due dosi di Astrazeneca o Pfizer e i dati sono stati confrontati con quelli ottenuti con un vaccino di controllo (un siero coniugato anti-meningococcico).

I risultati mostrano che l’utilizzo di una terza dose a mRNA come Moderna o Pfizer ha fornito il miglior richiamo complessivo nei vaccinati con doppia dose sia di Astrazeneca sia di Pfizer. Tuttavia, dopo due dosi di Astrazeneca, il richiamo con Moderna (somministrato come dose intera da 100 mcg e non come mezza dose da 50 mcg attualmente è impiegata nelle campagne terze dosi attualmente in corso in diversi Paesi, inclusa l’Italia) ha mostrato effetti collaterali locali e sistemici moderati o gravi più elevati nei primi 7 giorni in tutte le fasce di età.

Nel complesso, tutti i vaccini testati come terza dose hanno potenziato l’immunità nei vaccinati, anche se sono emerse marcate differenze nella risposta ai diversi vaccini di richiamo. Dopo due dosi di Astrazeneca, l’aumento degli anticorpi anti-Spike dopo 28 giorni dalla terza dose, variava da 1,8 volte a 32,3 volte a seconda del vaccino utilizzato per il richiamo. Il valore massimo è stato raggiunto con la dose di richiamo di Moderna che, come detto, è stata somministrata per intero. Nel caso invece del terzo richiamo Pfizer (dose da 30 mcg), la somministrazione ha aumentato di 24,5 volte i livello di anticorpi anti-Spike.

Nei vaccinati con due dosi di Pfizer, invece, la somministrazione di una terza dose di Pfizer ha aumentato di 8,11 volte il livello di anti-Spike, mentre la terza dose di Moderna (dose intera e non metà) di 11,5 volte. Nelle diverse combinazioni, sono state anche riportate risposte significative delle cellule T che svolgono un ruolo chiave nella risposta immunitaria all’infezione virale e nel controllo della gravità della malattia.

Il fatto che i richiami a mRNA abbiano dato un marcato aumento sia degli anticorpi sia delle cellule T è una grande notizia, soprattutto ora che la nostra attenzione è stata catturata dall’emergere della variante Omicron – ha commentato su Science Media Centre il virologo Jonathan Ball dell’Università di Nottingham che non è stato coinvolto nello studio – . Non sappiamo ancora come questo aumento dell’immunità si traduca in protezione, soprattutto contro le forme gravi di Covid, ma sono ancora convinto che i nostri vaccini continueranno a fornire la protezione di cui abbiamo bisogno”.

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