2 Novembre 2011
13:05

"Oggi si deve uccidere, voi non avete idea di quanti siano a crederlo"

Profeta dei nostri tempi, profeta di sé stesso: la mattina del 2 novembre del 1975 il cadavere di Pier Paolo Pasolini, massacrato con violenza, veniva ritrovato all’idroscalo di Ostia.
A cura di Nadia Vitali

Trentasei anni ci separano da quel 2 novembre del 1975, quando una donna, alle prime luci del mattino, ritrovò il cadavere brutalmente massacrato di un uomo sulla spiaggia dell'idroscalo di Ostia, a Roma: un corpo martirizzato dai colpi di un bastone e travolto dalle ruote della sua stessa auto, il corpo di Pier Paolo Pasolini. Trentasei anni che, seguendo quella che è la tristemente nota tradizione italiana degli omicidi «eccellenti», sembrerebbero non aver mai consegnato alle pagine della cronaca il vero colpevole di quell'efferato omicidio, di cui, dopo tanto tempo, restano solo le drammatiche immagini che narrano tutto l'orrore di quei terribili minuti.

Il giovane Pino Pelosi, il "ragazzo di vita" che, stando alle ricostruzioni del tempo in un impeto di violenza, dopo essersi ribellato alle proposte sessuali dell'intellettuale, lo aveva assassinato, a dispetto della sua condanna per omicidio e degli anni trascorsi in carcere a scontarla, non convinse mai del tutto. Quando, pochi anni fa, ad una trasmissione televisiva rivelò che conosceva già Pier Paolo Pasolini quella sera del primo novembre in cui salì sulla sua Alfa Romeo e, soprattutto, che ad ucciderlo erano stati tre uomini giunti con un auto (circostanza mai rivelata prima di allora da Pelosi per paura che questi potessero nuocere ai suoi familiari, stando a quanto egli stesso sostiene) nessuna indagine nuova fu aperta: le sue dichiarazioni, tuttavia, non fecero altro se non confermare il sospetto che un ragazzino affamato di diciassette anni difficilmente avrebbe potuto accanirsi con tanta violenza contro un uomo forte, alto e in salute quale Pasolini era.

Nascosto spesso dai suoi occhiali scuri, il volto severo e magro, Pier Paolo Pasolini fu un poeta, un romanziere, un cineasta, un giornalista; ma, soprattutto, fu un profeta. Il suo occhio critico analizzò accuratamente e spietatamente la società consumista che muoveva i suoi primi passi sicuri negli anni '60, individuandone quelli che sarebbero stati i risvolti negativi, indicando una via ad un popolo troppo cieco e troppo sordo per recepirne gli insegnamenti. Come la farfalla di Giordano Bruno, da vero intellettuale, nel cercare la fiamma della conoscenza egli bruciò le sue ali: destino di chi persegue il libero pensiero, il destino di chi comprese che la violenza, ormai, permeava l'intero sistema, snaturando quella che è la primigenia spontaneità dell'individuo, distruggendo in tutto e per tutto l'umanità in nome della logica del mercato

Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo […] Non vi siete accorto che dai codici della malavita, come da quella che voi chiamate politica, è ormai esclusa l’umanità. Oggi si deve uccidere, voi non avete idea di quanti siano a crederlo. La morte è un comportamento di massa. (1 novembre 1975, La Stampa)

Profeta fino in fondo, pagò effettivamente su sé stesso, come aveva preannunciato, le conseguenze di quel nuovo mondo che stava nascendo e di cui aveva visto tutte le contraddizioni, un mondo in cui la morte sarebbe diventata «un comportamento di massa». Fu preferibile, per le istituzioni del tempo e per i benpensanti di oggi, liquidare quel delitto con le parole «hanno ammazzato un frocio» come ricorda Stefano Rodotà a La Storia Siamo Noi, confinando la violenza entro le mura spesse dell'omosessualità, tenendo lontana da sé quella morte scomoda. Scomoda come scomodo fu Pier Paolo Pasolini quando era in vita, a quanti ne decisero la morte e a quanti tirarono un sospiro di sollievo, nascosti dall'ipocrisia, nel sapere che avrebbe taciuto per sempre.

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