Mitt Romney, Barack Obama

La ricerca scientifica in America è in crisi. Tra gli addetti ai lavori non è una novità, per il grande pubblico potrà sembrare una sorpresa. Sì, in effetti gli USA sono ancora alla guida dello sviluppo scientifico e tecnologico mondiale, non fosse altro per il fatto che anche quest’anno scienziati statunitensi hanno fatto incetta di premi Nobel. Ma la crisi economica ha colpito duramente anche il settore della ricerca, chiudendo molte infrastrutture critiche e riducendo il budget a disposizione per centri e laboratori sovvenzionati dallo Stato. Particolare risalto ha avuto quindi lo “Science Debate” organizzato alla vigilia delle elezioni presidenziali da una serie di istituzioni e media americani per chiedere ai due contendenti, il presidente uscente Barack Obama e il candidato repubblicano Mitt Romney, il loro parere su 14 temi chiave della scienza.

Recuperare la leadership mondiale

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Su alcuni quesiti l’unanimità di vedute è inevitabile. Nessuno si sognerebbe di negare l’importanza degli investimenti in innovazione e istruzione per lo sviluppo economico. Ma a differire sono le ricette. Obama promette di raddoppiare i fondi per le istituzioni-chiave nella ricerca scientifica USA, di sfornare 100mila docenti di scienze e matematica e un milione di laureati in materie scientifiche entro dieci anni, per far sì che gli Stati Uniti mantengano “il primato mondiale nell’innovazione”. Il governatore Romney punta soprattutto sulla detassazione per le spese in ricerca e sviluppo, sulla semplificazione della normativa dei visti per favorire l’ingesso di scienziati stranieri in America, sulla lotta senza quartiere al furto della proprietà intellettuale da parte della Cina e sulla creazione di un’area di libero scambio intellettuale tra paesi amici. Per Romney, il finanziamento privato è preferibile a quello statale nello sviluppo tecnologico del paese, per cui una nuova amministrazione repubblicana si impegnerà principalmente nel finanziare la ricerca di base, lasciando agli investitori il compito di sponsorizzare progetti di ricerca con un ritorno economico.

Divergenza di opinioni invece sul cambiamento climatico. Entrambi i contendenti si dicono d’accordo sul ruolo dell’uomo nel favorire il riscaldamento globale, ma Romney è più cauto e sostiene la necessità di ulteriori indagini prima di giungere a una conclusione definitiva. Parole che agli scienziati sono suonate come una pericolosa dichiarazione di scetticismo. Mentre Obama ricorda i successi della sua amministrazione nel tagliare le emissioni di CO2 e ridurre la dipendenza dal petrolio, Romney critica aspramente le politiche fin qui adottate: “La realtà è che il problema è chiamato ‘Riscaldamento Globale’ e non ‘Riscaldamento Americano’”, ricorda Romney, puntando il dito ancora contro la Cina, rea di inquinare il pianeta, cosicché adottando le proprie misure di austerity gli USA stanno solo perdendo competitività rispetto al colosso asiatico. La parola d’ordine di una futura amministrazione repubblicana sarà quindi “efficientamento energetico”.

L'indipendenza dal petrolio (e dalle terre rare)

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Proprio sul problema dell’energia, Obama sembra avere le idee poco chiare. Nessun riferimento al nucleare, soprattutto, che pure copre il 20% del fabbisogno energetico nazionale, risultando la principale fonte alternativa ai combustibili fossili. Ma l’obiettivo è ambizioso: raggiungere entro il 2035 l’80% di produzione energetica nazionale da fonti rinnovabili. Non è chiaro tuttavia in che modo questa temeraria promessa potrà essere realizzata. Romney invece punta all’indipendenza energetica degli USA entro il 2020, soprattutto attraverso accordi con Canada e Messico per la fornitura supplementare di energia, finanziando inoltre la ricerca di nuove fonti energetiche. Obama ricorda invece l’impegno della sua amministrazione nello spazio, con gli obiettivi fissati negli scorsi anni per una missione umana su un asteroide nel 2025 e una missione su Marte nel decennio 2030. Tappa iniziale sarà nel 2014 il primo test di Orion, il nuovo veicolo spaziale che porterà l’Uomo oltre la Luna. Romney concorda sull’importanza di rilanciare la leadership americana nello spazio, anche attraverso un programma per la sicurezza dello spazio (che sembra riecheggiare le “guerre stellari” di Reagan), senza però fissare obiettivi.

Il Presidente Obama comprende il ruolo chiave giocato dalla scienza nella costruzione di un'America prospera.

Lettera di 68 premi Nobel americani a favore di Obama.
Molto sentita anche la questione dell’approvvigionamento delle cosiddette “terre rare”, minerali fondamentali per l’industria ad alta tecnologia – dai cellulari ai computer passando per i superconduttori – molto rari al di fuori del territorio cinese. Il recente ricatto della Cina riguardo la riduzione delle esportazioni delle terre rare sta facendo saltare molti nervi alla Casa Bianca, e l’obiettivo delle prossime amministrazioni sarà quello di garantire l’indipendenza americana nel settore, che rischia di diventare l’oro nero del XXI secolo. Curiosamente, tra le 14 domande nessuna riguardava la questione delle cellule staminali. Dopo le nette chiusure di Bush jr., Obama ha rilanciato in grande stile la ricerca e le applicazioni mediche delle staminali, mentre Romney non si è ancora espresso ufficialmente, anche se la posizione contraria dei repubblicani è ben nota.

Pochi dubbi sul candidato preferito dalla comunità scientifica americana: Barack Obama ha ricevuto qualche settimana fa il consenso di ben 68 premi Nobel che hanno pubblicato una lettera aperta per favorire la rielezione del presidente democratico. Gli scienziati criticano le posizioni ambigue di Romney sul cambiamento climatico e le sue dichiarazioni a favore di una limitazione degli investimenti pubblici nella scienza a favore piuttosto dell’investimento dei privati. Dal canto suo, Obama nel corso dei primi quattro anni di governo ha permesso il più grande incremento di fondi pubblici nella ricerca scientifica della storia americana, ben 100 miliardi di dollari investiti per rilanciare la leadership a stelle e strisce nel settore della ricerca e invertire la pericolosa tendenza di una fuga dei cervelli verso Europa, Canada e paesi emergenti.