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Gli Stati Uniti sono la patria di Al Gore, l’ex vicepresidente di Bill Clinton, divenuto paladino della lotta contro il cambiamento climatico in seguito alla sconfitta per un pugno di voti nelle elezioni presidenziali del 2000: vincitore di un Oscar per il suo documentario Una scomoda verità, ma soprattutto di un Nobel per la pace assegnato a sorpresa per il suo impegno ambientalista. Eppure, gli Stati Uniti sono anche tra i pochissimi paesi – e tra questi senz’altro il più importante – a non aver firmato il Protocollo di Kyoto, lo storico accordo per tagliare le emissioni di gas serra riportandole ai livelli pre-1990, di fatto costringendo quell’accordo a restare quasi lettera morta.

La guerra civile americana sul cambiamento climatico

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L’America è un paese di contraddizioni riguardo la scottante tematica del cambiamento climatico. Lo dimostra l’articolo pubblicato ieri 27 gennaio sul Wall Street Journal, quotidiano molto influente negli ambienti dell’establishment, similmente al nostro “Sole 24 ore”, che titola esplicitamente: “No Need to Panic About Global Warming”, ossia “Non è necessario farsi prendere dal panico riguardo il riscaldamento globale”. Il sottotitolo è ancora più chiaro: “Non ci sono argomentazioni scientifiche convincenti per una drastica azione di ‘decarbonizzazione’ dell’economia mondiale”. Una presa di posizione molto ferma firmata da 16 scienziati, americani ma non solo, tra cui il controverso fisico italiano Antonino Zichichi, che intendono così replicare a una lettera firmata da 225 eminenti esponenti dell’Accademia americana delle Scienze che sosteneva invece un collegamento esplicito tra emissioni di gas serra e cambiamento climatico.

L’articolo del Wall Street Journal apre ricordando il recente caso delle dimissioni di Ivar Giaever, premio Nobel per la fisica e sostenitore di Obama alle ultime elezioni, dall’American Physical Society (che riunisce i fisici statunitensi): motivo, il dissenso nei confronti di una rigida presa di posizione dell'associazione riguardo il cambiamento climatico, a dire dei fisici “incontrovertibile”. “Nell’American Physical Society va bene discutere se la massa del protone cambi o meno nel tempo e di come si comporti un multiverso, ma l’evidenza del riscaldamento globale è incontrovertibile?”, ha chiesto polemicamente Giaever presentando le sue dimissioni. Il caso, avvenuto lo scorso settembre, è solo la punta di un iceberg. La “guerra civile” nella comunità scientifica americana è scoppiata infatti nel 2009, allorquando vennero pubblicate una serie di e-mail di scienziati appartenenti alla commissione ONU sul cambiamento climatico (IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change) che rivelavano una precisa politica di falsificazione dei dati al fine di gonfiare il problema del riscaldamento globale facendolo sembrare più grave di quanto non fosse. La fuga di notizie ha dato vita a un vero e proprio “Climategate”, che ha gravemente compromesso agli occhi dell’opinione pubblica la serietà dei climatologi.

IPCC

Secondo il Wall Street Journal, le proiezioni apocalittiche sul riscaldamento globale sono state disattese, e ciò in quanto quelle proiezioni erano perlopiù falsificate o, nel migliore dei casi, basate su un assunto sbagliato: “Il fatto è che la CO2 (l’anidride carbonica) non è inquinante”, scrivono i 16 scienziati dissenzienti. “Ciò non deve sorprendere dal momento che piante e animali si sono evoluti quando la concentrazione di CO2 era circa dieci volte maggiore di quella di oggi”, ricordano gli esperti; secondo i quali vigerebbe ormai un vero e proprio stato di censura nei confronti delle opinioni scientifiche eretiche riguardo la questione del cambiamento climatico. “Nel 2003 il dottor Chris de Freitas, editor della rivista Climate Research, osò pubblicare un articolo peer-reviewed che sosteneva la tesi politicamente scorretta (ma di fatto corretta) che il recente riscaldamento non è inusuale nel contesto dei cambiamenti climatici degli ultimi millenni. L’establishment internazionale del riscaldamento globale montò in tutta fretta una campagna allo scopo di rimuovere de Freitas dal suo posto di editor e dalla sua posizione universitaria”. Un esempio, sostengono gli scienziati firmatari della lettera sul Wall Street Journal, che dà l’idea di come lo scontro sia diventato rovente.

A loro dire, la ragione per cui la maggioranza degli scienziati sostiene la campagna riguardo il riscaldamento globale risiede in motivazioni non scientifiche ma economiche. Fondi governativi per la ricerca accademica, istituzione di panel e commissioni, donazioni alle associazioni ambientaliste e guadagni stellari per le nuove imprese della green economy: sarebbero questi i ritorni tangibili della crociata contro i gas serra. Una crociata che tuttavia “offre anche una scusa ai governi per alzare le tasse”. Secondo uno studio citato nella lettera, realizzato da un economista di Yale, William Nordhaus, l’economia mondiale si risolleverebbe se venisse garantita una crescita economica per 50 anni senza politiche di riduzione dei gas serra. La crescita che ne risulterebbe farebbe uscire le nazioni occidentali dalla crisi economica e permetterebbe ai paesi in via di sviluppo di raggiungere in breve tempo il nostro attuale livello di benessere.

Zichichi contro tutti

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Le repliche, naturalmente, non si sono fatte attendere. Peter Frumhoff dell’Union of Concerned Scientists, un’associazione che mette insieme cittadini e scienziati impegnati nei temi della salvaguardia dell’ambiente, ricorda che il 2011 è stato il trentacinquesimo anno consecutivo in cui le temperature sono risultate superiori alla media, e che il 2005 e il 2010 sono stati gli anni più caldi mai registrati da quando esistono le serie storiche. Solo questo basta a smentire l’assunto secondo cui non sarebbe in atto un riscaldamento globale. Frumhoff ricorda le prese di posizione eminenti dell’Accademia della Scienze americana, dell’United States Global Change Research Program, che riunisce esperti indipendenti e agenzie federali, delle 18 associazioni scientifiche che hanno scritto al Congresso chiedendo di impegnarsi a fondo nella lotta al cambiamento climatico. Di contro, la serietà dei sedici scienziati del Wall Street Journal viene messa in discussione, soprattutto riguardo l’assenza di prove a sostegno delle loro asserzioni.

Antonino Zichichi, l’unico italiano tra i firmatari, accreditato come presidente della World Federation of Scientists con sede a Ginevra, di cui è stato tra i fondatori negli anni ’70 del secolo scorso, non è nuovo a questo tipo di esternazioni. Nel 2007, in un’intervista a Radio2, alla domanda su quanto l’Uomo incidesse sui cambiamenti climatici, rispose deciso: “Bisognerebbe fare un distinguo: sui cambiamenti climatici assolutamente nulla, zero assoluto. Sulle anomalie meteorologiche al massimo un 10%, ma resta il 90% che è assolutamente naturale”.  E in una conferenza a Roma nel 2009 organizzata dai dipartimenti Ambiente ed Energia dell’allora partito Forza Italia, Zichichi proponeva “un’alleanza tra scienza e forze politiche responsabili per combattere l’Hiroshima culturale in cui siamo”, sostenendo che il mondo politico dovesse rigettare le tesi patrocinate da Al Gore e dai liberal americani che “fanno spendere miliardi di dollari ai capi di stato”.

Dall’altra parte, ci sono le migliaia di scienziati che forniscono ogni giorno prove dell’impatto antropico sul cambiamento climatico. “La società ha due scelte”, sostengono questi scienziati, nella loro lettera pubblicata nel 2010 sulla rivista Science: “Ignorare la scienza e nascondere la testa nella sabbia sperando che ci vada bene, o agire nell’interesse pubblico per ridurre la minaccia di un cambiamento climatico globale velocemente ed efficacemente”. A noi scegliere da che parte stare.