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Covid 19
19 Novembre 2021
09:56

No, i vaccinati non diffondono la Covid come i non vaccinati e questi studi dimostrano perché

Non esistendo un vaccino efficace al 100%, anche i vaccinati possono contrarre la Covid. Tuttavia non sono infettivi allo stesso modo dei non vaccinati.
A cura di Andrea Centini
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Da quando è iniziata la campagna vaccinale contro la COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, le curve dei contagi, dei ricoveri e dei decessi sono letteralmente crollate nei Paesi in cui sono state eseguite più somministrazioni. I dati epidemiologici del “prima e dopo” sono pubblici e sotto gli occhi di tutti, pertanto non possono essere contestati. È sufficiente mettere a confronto cosa sta succedendo con la quarta ondata in Italia – uno dei Paesi con il più elevato tasso di vaccinazione al mondo – e in Europa dell'Est (ma anche la Germania), dove le percentuali di immunizzati sono sensibilmente più basse della nostra. Nonostante i numeri della pandemia parlino chiaro, la narrazione novax continua a sbandierare ai quattro venti che i vaccinati si contagiano come i non vaccinati e che diffondono il virus esattamente allo stesso modo, anche alla luce dei risultati di alcune controverse indagini che sembrano confermare – almeno in parte – questa teoria.

I professori Jack Feehan e Vasso Apostolopoulos, il primo responsabile della ricerca in Immunologia e ricerca traslazionale e la seconda docente di immunologia e rettrice associata dell'Università Victoria di Melbourne, in Australia, hanno deciso di spiegare in un lungo articolo su The Conversation quali sono le differenze più significative tra i vaccinati e i non vaccinati che sviluppano la Covid. Per prima cosa hanno analizzato i risultati dell'articolo “Community transmission and viral load kinetics of the SARS-CoV-2 delta (B.1.617.2) variant in vaccinated and unvaccinated individuals in the UK: a prospective, longitudinal, cohort study” pubblicato sull'autorevole rivista scientifica The Lancet Infectious Diseases, nel quale è stato evidenziato che il picco della carica virale – cioè la concentrazione di virus rilevata nei fluidi dei contagiati come la saliva – era paragonabile tra immunizzati e non. Questo significa che entrambe i gruppi diffondono il contagio allo stesso modo? Assolutamente no. Come sottolineato da Feehan e Apostolopoulos, innanzitutto le persone vaccinate che si infettano eliminano il virus più velocemente, come evidenziato dallo studio “Virological and serological kinetics of SARS-CoV-2 Delta variant vaccine-breakthrough infections: a multi-center cohort study”; in secondo luogo hanno livelli complessivi di virus più bassi; e terzo trascorrono molto meno tempo con un'elevata carica virale.

I due scienziati australiani specificano che anche se generalmente si tende ad associare a una carica virale più elevata un individuo più contagioso, inoltre, nella realtà non sempre è così. “Ad esempio – spiegano gli esperti – alcune persone con COVID che non hanno sintomi e hanno basse cariche virali trasmettono di più, poiché hanno meno probabilità di seguire il distanziamento sociale, indossare la mascherina e rimanere a casa”. Anche se il picco massimo della carica virale tra vaccinati e non vaccinati può essere simile, nei primi come indicato il vaccino elimina molto più rapidamente il SARS-CoV-2, pertanto hanno molte meno probabilità di diffonderlo nella comunità. Ciò, come rivelato da Nature, risulta anche con la famigerata variante Delta (ex seconda indiana), che sta guidando la quarta ondata di contagi in larga parte del mondo. Non va inoltre dimenticato che il vaccino abbatte anche le probabilità di contagiarsi, oltre che di sviluppare la forma sintomatica della COVID-19. Secondo un recente rapporto del Dipartimento della salute dello Stato di Victoria, le persone non vaccinate hanno dieci volte più probabilità di contrarre la COVID rispetto ai vaccinati, inoltre i non vaccinati hanno venti volte in più le probabilità di contagiare qualcuno rispetto a un non vaccinato, in base ai calcoli degli scienziati Christopher Baker ed Andrew Robinson dell'Università di Melbourne.

Gli esperti ricordano anche che non esiste un vaccino efficace al 100 percento, anche se in alcuni casi quelli anti Covid hanno superato il 90 percento contro l'infezione sintomatica (come per il Comirnaty di Pfizer-BioNTech e lo Spikevax di Moderna, entrambi a mRNA). Ma appunto, poiché non raggiungono il 100 percento, ci sarà sempre una piccola percentuale di immunizzati che si infetterà e ammalerà, come i cosiddetti non responder e alcuni soggetti immunodepressi. Sono le cosiddette infezioni “rivoluzionarie” nei vaccinati, legate anche alle capacità delle varianti emergenti di eludere meglio la risposta immunitaria. “Sebbene sia difficile stimare con precisione il tasso di infezioni rivoluzionarie, gli studi hanno stimato che si verificano tra lo 0,2 percento e il 4 percento delle persone. In realtà, questo significa che per ogni 100 persone vaccinate, tra lo 0,2 e il 4 percento di esse contrarrebbe la COVID. Quindi, mentre nel raro caso di infezione rivoluzionaria potrebbe esserci una carica virale simile e forse un'infettività simile, restano comunque molte meno persone vaccinate che contraggono la COVID”, spiegano i due esperti australiani.

In definitiva, concludono Feehan e Apostolopoulos, una persona vaccinata ha meno probabilità di contrarre la COVID, è meno contagiosa ed è contagiosa per un tempo più breve, “con conseguente diffusione significativamente inferiore del virus attraverso una comunità altamente vaccinata”. Questo aspetto, combinato “con la ben nota capacità dei vaccini di tenere le persone fuori dall'ospedale e dalla terapia intensiva”, come evidenziato dallo studio “Effectiveness of mRNA BNT162b2 COVID-19 vaccine up to 6 months in a large integrated health system in the USA: a retrospective cohort study” pubblicato su The Lancet, sottolinea l'assoluta importanza ed efficacia dei vaccini nel contrastare la pandemia di COVID-19.

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