Tra i possibili scenari futuri dell’epidemia, molti esperti hanno ipotizzato che, dopo il calo dei contagi in estate, il coronavirus si ripresenterà in una o più ondate. In un report pubblicato alla fine di aprile, il Center for Infectious Disease Research and Policy (CIDRAP), l’istituto di ricerca sulle malattie infettive dell’Università del Minnesota, negli Usa, ha delineato tre diverse prospettive, tra cui la possibilità che la seconda ondata si presenti in autunno più forte della prima. Un modello in parte basato sull’andamento dell’influenza Spagnola del 1918 da cui, a quasi tre mesi e mezzo dalla diffusione del rapporto, Michael Osterholm, uno degli epidemiologi che aveva contribuito alla stesura, ha preso le distanze.

"La seconda ondata di coronavirus non ci sarà"

Ad aprile – ha detto in un’intervista a Business Insiderstavamo ancora cercando di capire se si trattasse di una pandemia in cui avremmo visto delle vere e proprie ondate, dove si osserva un grande aumento del numero di casi seguito da diminuzione e poi da una seconda ondata più intensa per ragioni completamente al di là del comportamento umano, come storicamente accaduto con altre pandemie influenzali”. Tuttavia, ha spiegato, la realtà non si è allineata ai precedenti del passato. “Non ci sono prove che ci sarà una diminuzione dei casi – ha aggiunto – . Il virus continuerà a bruciare, come un incendio boschivo in cerca di legna umana da ardere”.

Un altro scenario delineato dal rapporto suggeriva l’arrivo di più ondate di diversa entità durante l’estate e nel corso del 2021. La terza prospettiva, per contro, era quella che al picco più intenso della scorsa primavera avrebbero fatto seguito piccole fluttuazioni di minore intensità, senza la comparsa di picchi evidenti. “Invece – ha spiegato Osterholm – adesso vediamo che non ci sono ondate. La pandemia è più simile a un incendio a lungo termine”. Saremmo quindi nel mezzo di “uno scenario di roghi veloci con picchi e valli in luoghi e momenti diversi”.

"One big wave" – un’unica grande ondata non stagionale

La portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Margaret Harris, ha messo in guardia dal pensare al coronavirus in termini di ondate, dicendo che la pandemia sarà “one big wave”, un’unica grande ondata non stagionale che “andrà un po’ su e giù”. Questo perché, a differenza dei virus che hanno determinato le pandemie influenzali del passato, il coronavirus è diverso dai suoi predecessori. “La gente sta ancora pensando alle stagioni – ha dichiarato Harris nel corso del debriefing virtuale dell’altro martedì a Ginevra – . Ciò che tutti abbiamo bisogno di metterci in testa è che questo è un nuovo virus”.

Anche se è un virus respiratorio –  ha chiarito – e anche se in passato i virus respiratori tendevano a presentarsi in diverse ondate stagionali, questo virus si sta comportando in modo diverso”.

Secondo Rachel Baker, ricercatrice dell'Istituto ambientale di Princeton, c’è una ragione per cui il coronavirus non è influenzato dalle stagioni: “Siamo all’inizio della pandemia, quando un nuovo virus emerge in una popolazione che non l’ha mai avuto prima – ha detto in una recente intervista sempre a Business Insider – . La mancanza di immunità nella popolazione diventa un fattore chiave di diffusione e nella fase iniziale il clima non riveste particolare importanza”. In una ricerca pubblicata su Science lo scorso maggio, la ricercatrice ha indicato che il clima caldo limita la diffusione del virus solo dopo che una grande parte della popolazione diventa immune o resistente all’infezione, sviluppa cioè la cosiddetta immunità di gregge. È possibile, d’altro canto, che in futuro, con l’arrivo di un vaccino efficace, il coronavirus “si stabilizzi in quel classico schema stagionale con un picco nei mesi invernali”.