Si stima che globalmente, da quando è iniziata la rivoluzione industriale, il mare abbia assorbito all'incirca 142 miliardi di tonnellate di anidride carbonica prodotta dall'uso dei combustibili fossili: la presenza di biossido di carbonio, rende le acque marine gradualmente più acide. A pagarne le spese, naturalmente, sono numerose specie marine, alle quali l'acidità crescente del mare, crea delle notevoli difficoltà nell'assorbire il calcio, indispensabile per la formazione di esoscheletri, gusci ed altre parti caratterizzanti l'anatomia degli animali che vivono sul fondo.

In primo luogo i coralli saranno drammaticamente penalizzati da questo processo: le barriere coralline oceaniche hanno dinanzi a sé appena un secolo di vita, stando ad una ricerca pubblicata su Nature climate change e realizzata con il contributo dell'Università di Miami, dell'Istituto Australiano per le Scienze Marine e dell'Istituto tedesco Max Planck per la microbiologia marina. Secondo i ricercatori, il Ph dell'Oceano passerà, entro il 2100, dall'8,1 al 7,8, il che sarà un beneficio per alcuni organismi, ma un gravissimo svantaggio per molti altri; e se l'acidità continuerà a crescere, come previsto, ad un Ph del 7,7 corrisponderà la fine della crescita e dello sviluppo delle barriere. La capacità di reagire allo stress ambientale, infatti, verrebbe sottoposta ad una prova troppo dura e le possibilità di assorbimento dell'impatto e riorganizzazione dell'equilibrio sarebbero azzerate.

Medesime cause potrebbero portare ad una pari sorte il pesce pagliaccio: il tenero Nemo protagonista del film della Pixar Animation, dalle caratteristiche strisce bianche ed arancioni. Ebbene, la crescente acidità delle acque metterà a dura prova anche la sua sopravvivenza. L'Indipendent riporta oggi la notizia di una ricerca condotta dall'Università di Bristol: le alte concentrazioni di anidride carbonica nell'atmosfera avrebbero conseguenze anche sull'apparato uditivo del variopinto pesciolino.

Stando a quanto dimostrato grazie agli esperimenti, infatti, a maggiori livelli di acidità corrisponde l'incapacità degli apparati uditivi di molti animali marini di svilupparsi: un livello che è stato riprodotto in laboratorio ma che i nostri mari potrebbero raggiungere entro la metà di questo secolo. Quando per i pesci diventerà impossibile sentire i rumori, dunque, questi saranno naturalmente esposti agli attacchi dei predatori senza alcun sistema di difesa: il piccolo pesce pagliaccio, in un'ambiente acquatico come quello in cui si troverà nel 2050, non sarà più in grado di percepire alcun suono, giacché il mancato assorbimento del calcio ne avrà compromesso la formazione dell'apparato uditivo. Difficile prevedere, per gli scienziati, se le future generazioni saranno in grado di adattarsi al cambiamento, tollerando il processo e sopravvivendo a questo pericolo: per adesso coralli e Nemo sembrano minacciati sul serio.