Intorno agli anni '50 l'agricoltura visse in tutto il mondo una fase di evoluzione che fu alla base dello sviluppo rapidissimo conosciuto dai Paesi occidentali e, più in generale, della riduzione del rischio di malnutrizione per le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo: la Rivoluzione Verde, questo il nome con cui convenzionalmente si indica questo momento della storia economica, nacque come spontanea conseguenza degli studi scientifici che consentirono la selezione artificiale di varietà ibride in grado di rispondere al meglio alle esigenze di un'umanità in crescita. L'utilizzo di nuovi pesticidi, di fertilizzanti e di macchinari più moderni contribuirono inoltre ad incrementare considerevolmente le produzioni di riso, grano e mais, rendendo possibile il miglioramento della qualità della vita di milioni di individui.

L'agricoltura in crisi del terzo millennio

Oggi assistiamo al declino netto della curva dei benefici di tali innovazioni, principalmente dovuto agli elevati costi ambientali di tali tecniche di coltivazione: i mezzi meccanici richiedono carburanti per funzionare, i pesticidi e i fertilizzanti hanno svelato il loro potenziale altamente inquinante, il sovrasfruttamento dei terreni per le monoculture ha impoverito i suoli, l'acqua inizia a scarseggiare… Tutto ciò dopo che il passaggio da un'agricoltura di sussistenza a quella intensiva richiesta dai mercati ha praticamente smantellato un sistema di colture tradizionali, intervenendo in pochi decenni sulle stesse compagini sociali, distruggendone spesso cultura, usi e legami.

Ma attualmente l'agricoltura vive una fase di profonda crisi dovuta soprattutto al nuovo nemico che si trova ormai costretta a fronteggiare, ossia la siccità. Il deserto che avanza, frutto di un inarrestabile cambiamento climatico, costituisce una preoccupazione non da poco per una Terra che conta già oltre 7 miliardi di individui e ne conterà 9 entro il 2050: così, mentre alcune coltivazioni si vedono costrette ad "emigrare" verso altitudini maggiori con temperature più miti, gli scienziati sono all'opera per mettere a punto nuove possibili strategie per contrastare il problema con maggiore efficacia. Nasce in questo ambito il lavoro dei ricercatori coordinati dall'Università dell'Arizona (che ha visto tra le collaborazioni anche quella della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e dell'ateneo della stessa cittadina toscana) reso noto attraverso un articolo pubblicato da Nature Genetics: oggetto dello studio è stato il riso africano individuato come potenziale strumento di lotta alla siccità del futuro.

La selezione artificiale sarà ancora la soluzione?

Una particolare qualità di riso viene coltivata in Africa da circa 3.000 anni: l'aspetto interessante è che questo cereale non ha la stessa origine del suo cugino asiatico, il più diffuso attualmente e il cui nome scientifico è Oryza sativa. Il riso africano, chiamato Oryza glaberrima, nasce dalla domesticazione di una qualità selvatica, Oryza barthii, avvenuta con circa 7.000 anni di ritardo rispetto a quanto già accadeva in Asia, in una regione lungo le sponde del fiume Niger. L'inizio della coltivazione spinse i primi agricoltori ad una inconsapevole selezione, riscontrabile parimenti anche nel riso asiatico, volta chiaramente a migliorarne la resa a prevenire la dispersione dei semi. Oryza glaberrima fu anche la prima tipologia di riso introdotta e coltivata nel Nuovo Mondo, probabilmente importata dagli schiavi sulle navi portoghesi: tuttavia venne successivamente soppiantata dalle varietà asiatiche.

Oggi, invece, questo riso africano potrebbe tornare ad essere maggiormente richiesto, in particolare nelle coltivazioni su larga scala: nel ricostruire la sua storia, e nell'analizzare gli oltre 33.000 geni che ne determinano le caratteristiche, i ricercatori hanno infatti individuato in particolare 12 cromosomi responsabili della migliore adattabilità di Oryza glaberrima a condizioni di stress come quelle causate da siccità e suolo acido. Peculiarità fino ad ora non erano state prese in esame ma che potrebbero rivelarsi un tesoro prezioso, tutto racchiuso in quel tratto di genoma che, nell'idea dei ricercatori, potrebbe servire per trasferire la resistenza del riso africano a quello asiatico, consentendo di coltivare quest'ultimo anche in zone che fino ad oggi non erano state considerate.

Mappa della desertificazione: in rosso le aree dove il rischio è altissimo (via Wikipedia)
in foto: Mappa della desertificazione: in rosso le aree dove il rischio è altissimo (via Wikipedia)

Sarà la vera chiave di volta per rendere coltivabili anche le aree più aride, ad oggi abbandonate spesso all'inservibilità? Di certo c'è il fatto che oggi l'impegno dei ricercatori va necessariamente in questa direzione, dal momento che la mappa relativa al rischio di desertificazione su tutti i territori del Pianeta rileva sempre più zone delicate le quali, nel giro di pochi decenni, potrebbero trovarsi letteralmente a secco e senza alcuna possibilità di coltivare.