Nel Ravennate, in Emilia-Romagna, almeno duemila uccelli acquatici sono morti nella zona umida di interesse internazionale della Valle della Canna, una delle più ricche in biodiversità dell'intero Paese e patrimonio ambientale tutelato dalla convenzione di Ramsar. La situazione è così grave che l'Enpa, l'Ente nazionale per la protezione degli animali, ha richiesto l'immediato stop alla caccia per non peggiorare gli effetti della drammatica – e probabilmente evitabile – moria.

Ma cosa è successo? I volatili sono stati uccisi dal batterio del botulino che produce tossine di tipo C, sviluppatosi nelle acque putride e anossiche (poverissime di ossigeno) della valle. Secondo quanto indicato dall'associazione Italia Nostra, ci sarebbe stato un ritardo nel far fronte alla situazione di emergenza venutasi a creare a causa di un mix di temperature elevate, acqua marcescente ed escrementi degli uccelli. Si sarebbe in pratica sviluppato un humus ideale dove il batterio ha potuto proliferare indisturbato, contaminando un'area molto vasta e infettando un grande numero di uccelli. Il comune di Ravenna ha tuttavia specificato di essersi attivato prontamente assieme agli enti preposti per immettere acqua fresca nella valle e prendere tutte le iniziative del caso. Anche secondo Legambiente Ravenna ci sono precise responsabilità legate all'incuria e alla gestione inappropriata della zona umida.

A confermare la responsabilità del botulino – in una forma che non colpisce l'uomo – sono stati i primi esami compiuti sulle carcasse degli uccelli dagli specialisti dell’istituto zooprofilattico di Forlì. I volontari di varie associazioni hanno raccolto circa 1.300 corpi, nella maggior parte dei casi anatidi: tra le vittime vi sono germani reali, codoni e alzavole, ma anche folaghe, avocette e uccelli limicoli alla stregua dei beccaccini. L'autunno è un periodo nevralgico delle migrazioni e si teme che i numeri in ballo siano sensibilmente superiori. Moltissimi uccelli, infatti, potrebbero aver contratto l'infezione ed essersi spostati altrove. Potrebbero morirne moltissimi lontani dalle “telecamere”.

Nel frattempo è corsa contro il tempo per salvare gli esemplari infetti trovati ancora vivi. Sono già circa duecento le anatre portate ai centri di recupero di animali selvatici, soprattutto esemplari giovani, ma come sottolineato dagli esperti si teme che se ne salveranno in pochissimi poiché la malattia è a uno stadio troppo avanzato. I volontari hanno visto distese di uccelli morti tra la vegetazione e si stima ci vorranno diversi giorni per il recupero di tutte le carcasse. Il comune ha intanto comunicato ai cittadini di tenersi lontani dall'area e di non toccare o spostare i corpi degli uccelli morti, ma di avvisare gli enti preposti.

È alla luce di questo quadro drammatico che l'Enpa ha richiesto di sospendere immediatamente la caccia, in particolar modo in Romagna, per permettere alla situazione di normalizzarsi. “La Procura della Repubblica sta accertando eventuali responsabilità sulla gestione della zona umida, un ambiente delicato e che deve necessariamente prevedere il coinvolgimento del mondo scientifico, ma non si può aspettare ulteriormente”, si legge nel comunicato dell'Enpa. Poiché la tutela la della biodiversità ha sempre priorità sulla caccia, prosegue l'Enpa, “ci aspettiamo che le amministrazioni si attivino il prima possibile per bloccare altre stragi”. I numeri sono già allarmanti e l'impatto sull'avifauna selvatica potrebbe essere devastante, soprattutto per le specie più esposte ai rischi.