Distruzione a Città del Messico dopo il terremoto del 19 settembre (Getty).
in foto: Distruzione a Città del Messico dopo il terremoto del 19 settembre (Getty).

Due terremoti violentissimi, a distanza di soli 12 giorni l'uno dall'altro, hanno creato panico e portato distruzione in Messico e in tutta l'America centrale. Il sisma di magnitudo 7.1 del 19 settembre scorso, che ha causato il crollo di decine di edifici e la morte di centinaia di persone nella sola Città del Messico, è arrivato poco dopo quello dell'8 settembre di magnitudo 8.1 registrata al largo dello Stato del Chiapas, il più forte avvertito nel Paese da più di un secolo. Il primo è stato circa 30 volte meno violento del secondo, ma quello che interessa gli esperti, e soprattutto l'opinione pubblica mondiale, è capire se tra i due eventi ci sia un collegamento.

Stessa placca, faglie diverse

Una cosa, però, è certa: il terremoto del 19 settembre non può essere considerato un assestamento di quello dell'8 settembre, essendo troppo distante. I due epicentri si trovano, infatti, a circa 650 chilometri l'uno dall'altro. Dunque, le due scosse si sono verificate sulla stessa placca, ma è difficile che vi sia tra loro un rapporto di causa ed effetto, anche perché hanno interessato faglie diverse, seppur entrambe molto dinamiche. I terremoti, infatti, altro non sono che movimenti improvvisi della crosta terrestre, provocati dallo spostamento di una massa rocciosa nel sottosuolo. Quando le placche che compongono la crosta terrestre si scontrano o scorrono le une accanto alla altre, si creano delle fratture, note per l'appunto come faglie, in prossimità delle quali si sviluppano gli eventi sismici. È però possibile che l'energia rilasciata dal primo terremoto abbia in qualche modo influenzato lo stato di stress nella zona di rottura del secondo terremoto, anticipandone l'avvenimento.

L'elemento in comune: la subduzione

Placca di Cocos (Wikipedia).
in foto: Dove si trova la placca di Cocos (Wikipedia).

Le due faglie, dunque, sono troppo distanti nello spazio perché ci sia una correlazione tra i due terremoti, anche se, si domandano gli esperti, bisognerebbe "capire quale possa essere il processo di trasferimento dello sforzo dopo un terremoto grande come quello dell'8 settembre". Ma c'è un elemento che accomuna i due terremoti: il processo della subduzione. Si tratta di un meccanismo attraverso il quale una placca della crosta terrestre si infila sotto un'altra. In questo caso specifico la placca di Cocos, una porzione della placca del Pacifico, si infila al di sotto della vicina placca nordamericana, su cui si trova la terra emersa del Messico. Questi movimenti avvengono ad una velocità di circa 7 centimetri all'anno e nel tempo accumulano energia che viene poi sprigionata sotto forma di terremoto. È un processo molto simile a quelli che avvengono in Giappone o in Nuova Zelanda, vicino alla Fossa delle Marianne, ma molto diversi dai terremoti appenninici che si registrano in Italia. Entrambi i terremoti in Messico dell'8 e del 19 settembre sono avvenuti all'interno della placca oceanica di Cocos, ai margini della zona di subduzione in cui la crosta terrestre più antica scivola al di sotto di quella più recente.

Il precedente: il catastrofico sisma del 1985

La costa occidentale del Messico è, in tutto il Sud America, l’area a maggiore rischio terremoto, perché è qui che la placca di Cocos inizia ad immergersi. Non a caso, è proprio in questa zona che è avvenuto un altro catastrofico sisma, registratosi proprio il 19 settembre 1985, che provocò oltre 10mila morti e il crollo di di più di 400 palazzi. L'epicentro fu individuato a 350 chilometri dalla Capitale. Dopo quella tragedia, le autorità locali hanno inasprito le norme edilizie e sviluppato un sistema di allerta con l'ausilio di sensori situati lungo le coste, che hanno in parte limitato una nuova strage.