Coronavirus
16 Giugno 2021
11:44

Meno dell’1% dei pazienti Covid gravi si reinfetta: più a rischio fumatori e chi soffre di asma

Analizzando i tassi di reinfezione tra oltre 9mila pazienti Covid ricoverati in gravi condizioni in decine di ospedali statunitensi, un team di ricerca dell’Università del Missouri ha determinato che solo lo 0,7 percento è stato nuovamente contagiato dal coronavirus SARS-CoV-2. Tra i fattori di rischio per la reinfezione il vizio del fumo e l’asma.
A cura di Andrea Centini
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Chi è stato colpito dalla forma grave della COVID-19, la malattia provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, ha un rischio estremamente basso di essere reinfettato dal patogeno pandemico. Secondo i dati di un nuovo studio, infatti, meno dell'1 percento dei pazienti ricoverati per Covid in decine di ospedali statunitensi è stato nuovamente contagiato. Più a rischio sono risultati essere i fumatori e chi soffriva di asma. I risultati della ricerca indicano che gli anticorpi neutralizzanti innescati dall'infezione sono efficaci nel proteggere la maggior parte delle persone, sebbene l'effettiva durata dello "scudo" sia ancora da determinare.

A condurre la nuova indagine è stato un team di ricerca americano guidato da scienziati del Dipartimento di Neurologia dell'Università del Missouri, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Istituto per la Scienze dei Dati e l'Informatica, il Dipartimento di Medicina Interna e il Tiger Institute for Health Innovation. I ricercatori, coordinati dal professor Adnan I. Qureshi, docente di Neurologia Clinica presso la Scuola di Medicina dell'ateneo del Missouri, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i tassi di reinfezione tra oltre 9mila pazienti Covid con la forma grave della malattia, tutti ricoverati tra il 1 dicembre 2019 e il 13 novembre 2020 in 62 strutture sanitarie.

Soltanto 63 su 9.119 pazienti (lo 0,7 percento) è risultato nuovamente positivo al coronavirus SARS-CoV-2, a una media di 116 giorni (+/- 21 giorni) dal superamento del primo contagio, determinato da due tamponi oro-rinofaringei negativi e ad almeno tre mesi di distanza dall'infezione iniziale. Soltanto 2 dei 63 pazienti reinfettati (il 3,2 percento) ha perso la vita a causa delle complicazioni della reinfezione. Nella stragrande maggioranza dei casi, le reinfezioni sono state molto meno severe delle esposizioni iniziali, dato che gli scienziati hanno osservato “un tasso significativamente più basso di polmonite, insufficienza cardiaca e danno renale acuto nella reinfezione rispetto all'infezione primaria”, come sottolineato dal professor Qureshi in un comunicato stampa.

Dall'analisi dei dati è emerso che le persone più a rischio di reinfezione erano i fumatori e le persone che soffrivano di asma. “La nostra analisi ha anche scoperto che l'asma e la dipendenza da nicotina erano associati alla reinfezione”, ha specificato il coordinatore della ricerca. “Questo è uno dei più grandi studi del suo genere negli Stati Uniti e il messaggio importante è che la reinfezione da COVID-19 dopo un primo contagio è possibile e che la durata dell'immunità determinata da un'infezione iniziale non è completamente chiara”, ha concluso Qureshi. I dettagli della ricerca “Re-infection with SARS-CoV-2 in Patients Undergoing Serial Laboratory Testing” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Clinical Infectious Diseases.

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