Un recente studio condotto dai ricercatori dell'Università di Goteborg, in Svezia, ha messo in luce il legame tra alcuni tipi di cibi e la longevità.


Il consumismo, negli ultimi decenni, ha imposto anche i suoi modelli alimentari, modificando profondamente le abitudini della popolazione, soprattutto di quella del mondo occidentale, imponendo molto spesso gusti e tendenze legate al cibo che rispondevano più alle esigenze del mercato che a quelle dell'organismo. Così, se fino al secolo scorso poteva capitare di vedere uno spezzatino in tavola solo in rarissime occasioni durante l'anno, attualmente nutrizionisti e medici si trovano assai di frequente a dispensare raccomandazioni in merito al consumo di carne che andrebbe limitato, onde evitare conseguenze anche gravi per la salute.

I cibi calorici sono ormai parte integrante dell'alimentazione di tutti i paesi industrializzati con effetti evidenti sull'aumento della diffusione dell'obesità; recenti studi hanno messo in luce come l'assunzione di questi avrebbe effetti negativi anche sul processo che porta alla degenerazione delle cellule e, dunque, all'invecchiamento. Seguire, dunque, un regime alimentare caratterizzato dal basso livello calorico aiuterebbe a preservare meglio la propria giovinezza.

I ricercatori dell'Università di Göteborg, in Svezia, avevano precedentemente verificato come una diminuzione, naturalmente graduale e assolutamente mai totale, di zuccheri e proteine, unita ad una regolare assunzione di vitamine e minerali, portasse ad un allungamento sensibile della durata della vita di alcuni primati, ritardandone significativamente il processo di invecchiamento ed i disturbi legati ad esso. L'individuazione dell'enzima protagonista di questo «rallentamento» ha, invece, richiesto più tempo.

La perossiredossina 1, o Prx1, necessaria per ridurre il nocivo perossido di idrogeno nelle cellule, attivando le funzioni antiossidanti di queste, nel corso degli anni perderebbe la sua funzione, danneggiata dal passare del tempo; ma un secondo enzima, Srx1, sarebbe preposto dal nostro organismo alla riparazione di Prx1. Lo studio ha mostrato come sia proprio la restrizione calorica che aiuterebbe sia la perossiredossina a lavorare a pieno ritmo, sia l'organismo ad aumentare la produzione dell'enzima riparatore Srx1.

La ricerca ha, inoltre, messo in luce come un enzima Prx1 danneggiato o indebolito sia anche responsabile dell'insorgere di alcune malattie, quali il tumore e il diabete di tipo 2 mentre questo, quando in buone condizioni, fornirebbe un essenziale aiuto per contrastare l'aggregazione di proteine, fenomeno responsabile di due terribili e diffuse patologie legate all'anzianità, il Parkinson e l'Alzheimer.