Per la prima volta nella storia umana recente, il consumo mondiale di carne è in calo. Una flessione molto lieve, circa due milioni di tonnellate in meno, ma sufficiente a far registrare un sorpasso storico per le abitudini alimentari: il consumo di pesce, infatti, supera oggi quello della carne. È una buona notizia fino a un certo punto, e non parliamo di etica vegetariana, per la quale carne o pesce non fa differenza. L’Earth Policy Institute, che si occupa di fornire soluzioni per un futuro sostenibile, sottolinea che il sorpasso è positivo nella misura in cui l’acquacoltura ha un impatto ambientale minore rispetto all’allevamento di bestiame, ma ricorda che l’allevamento di pesci e molluschi ha comunque un impatto ecologico significativo, alla lunga insostenibile se accettiamo le previsioni di un pianeta che nel 2050 toccherà probabilmente i 9 miliardi di abitanti.

La bomba della sovrappopolazione torna a far paura

Negli ultimi due anni il problema della sovrappopolazione è tornato ad angustiare futurologi, economisti e sociologi. In parte ciò dipende dal fatto che solo un anno e mezzo fa abbiamo toccato e ormai superato il record di 7 miliardi di abitanti sulla Terra. Nonostante il cauto ottimismo diffusosi tra gli studiosi di demografia mondiale sul fatto che l’umanità sia destinata a raggiungere un picco di popolazione per il 2100, dopodiché inizierà un graduale ma inesorabile calo, resta il fatto che anche solo un miliardo di persone in più sul pianeta possono creare problemi enormi data la scarsità di risorse disponibili. Se la soluzione non può essere quella prospettata dall’ultimo bestseller di Dan Brown – un sterilizzazione di massa di almeno una parte della popolazione terrestre – resta il fatto che oggi abbiamo bisogno di una nuova “rivoluzione verde” o di un radicale cambiamento nelle nostre abitudini alimentari se vogliamo sfamare l’intera popolazione mondiale.

Un allevamento di salmoni in Messico.
in foto: Un allevamento di salmoni in Messico.

Quando infatti Thomas Malthus nella metà del XIX secolo e Paul R. Ehlrich nella metà del XX secolo posero il problema della grande carestia mondiale che sarebbe derivata dalla sovrappopolazione galoppante, entrambi avevano ignorato la possibilità che miglioramenti nelle tecniche di coltivazione favoriti dallo sviluppo scientifico e tecnologico potessero mitigare questo rischio. La rivoluzione verde di Norman Borlaug già a partire dagli anni ’60 del secolo scorso ha permesso alla popolazione di passare dai 2,5 miliardi circa del 1950 ai 6 miliardi del 2000 senza subire carestie devastanti. O meglio, se le carestie pure ci sono state, la loro causa non ha avuto nulla a che vedere con la produzione, ma con la distribuzione. Oggi produciamo abbastanza cibo da sfamare tutti gli esseri umani sul pianeta, ma la produzione non è omogeneamente distribuita su tutta la Terra, con il paradosso di avere nazioni in cui si muore di fame e altre in cui si getta l’eccesso di cibo nei cassonetti.

La crisi alimentare prossima ventura

Le riserve ittiche mondiali sono al collasso, nonostante gli allevamenti di acquacoltura.
in foto: Le riserve ittiche mondiali sono al collasso, nonostante gli allevamenti di acquacoltura.

Il problema che ci troveremo ad affrontare da qui al 2050 è del tipo di cui parlava Ehlrich quando pubblicò il suo The Population Boom: la crisi alimentare non è stata battuta, solo rimandata. Se anche l’uso massiccio di fertilizzati, diserbanti e innesti genetici ci ha permesso di incrementare la produzione alimentare per far fronte all’aumento demografico, ciò non sarà per sempre. Le riserve di pesce nei mari si stanno riducendo. L’aumento del numero di persone che, in paesi popolosi come la Cina, sta passando da una dieta tradizionale a base di verdura e legumi a una che prevede un più massiccio consumo di carne (aumento legato al miglioramento del reddito pro capite in questi paesi), fa sì che sia necessario aumentare le estensioni degli allevamenti per incrementare la produzione di carne.

Ma non possiamo pensare che sia possibile estendere indefinitamente gli allevamenti di bestiame o i terreni coltivabili, a scapito dei terreni boschivi. Ciò si tradurrebbe in un danno ambientale gravissimo, per non parlare dell’erosione dei suoli, del consumo enorme di acqua (la maggior parte dell’acqua potabile è usata nel mondo per irrigare allevamenti e coltivazioni) e delle emissioni di CO2 da parte del bestiame, responsabile in una percentuale non sottovalutabile del riscaldamento globale. Mangiare più pesce che carne è un miglioramento, ma relativo. Sebbene sia in corso un aumento rilevante dell’acquacoltura – ossia degli allevamenti ittici – non bisogna pensare che questa sia la soluzione allo sfruttamento intensivo delle riserve marine e oceaniche. Salmoni e gamberi, per esempio, sono specie carnivore che mangiano farina di pesce o olio di pesce, prodotto generalmente da pesci di piccola taglia, come aringhe, sardine e acciughe. Le riserve naturali di queste specie sono ormai ai limiti e costituiscono circa un terzo dell’intera fauna ittica.

Cambiare dieta?

Non è finita qui. Gli allevamenti ittici hanno bisogno di quantità significative di mangrovie, che costituiscono l’habitat ideale di molti pesci d’allevamento. Il risultato è un depauperamento delle riserve naturali di mangrovie lungo le coste: secondo l’Earth Policy Institute, quasi due terzi delle mangrovie dell’Indonesia sono state estirpate per esigenze di acquacoltura. Ciò mette a rischio le coste del paese, dato che le mangrovie proteggono le linee costiere durante le tempeste. C’è inoltre il problema dell’abuso di antibiotici all’interno degli allevamenti intensivi di bestiame, che può favorire l’insorgere di batteri resistenti agli antibiotici in grado non solo di diffondersi tra i capi d’allevamento – riducendo quindi la produzione di carne – ma anche tra gli esseri umani.

Un allevamento intensivo di bovini. I rischi sanitari e alimentari prodotti da tali allevamenti – necessari per aumentare la produzione di carne – non li rendono la soluzione ideale per risolvere la futura crisi alimentare.
in foto: Un allevamento intensivo di bovini. I rischi sanitari e alimentari prodotti da tali allevamenti – necessari per aumentare la produzione di carne – non li rendono la soluzione ideale per risolvere la futura crisi alimentare.

Che fare? Le possibilità sono due. Quella preferibile in prospettiva è sperare che il progresso scientifico porti a una nuova rivoluzione verde che, senza aumentare né l’estensione degli allevamenti, né quella dei campi coltivati, né l’impatto ambientale dell’acquacoltura, consenta di aumentare la produzione dei terreni esistenti. Molti studiosi ritengono che gli OGM potrebbero andare incontro a questa necessità, ma le resistenze al riguardo sono molte e probabilmente tali da preferire soluzioni meno contestabili. Del resto le proiezioni di istituti come l’Earth Polcy Institute si basano sulle conoscenze attuali, ignorando la possibilità di innovazioni in grado di mutare lo scenario. La seconda possibilità, più immediata, è un cambiamento nella nostra dieta. Sempre più persone oggi si stanno convertendo a diete vegetariane o addirittura vegane. Basterebbe semplicemente consumare meno carne e meno pesce, senza scelte drastiche. Però – e qui sta il problema – dovremmo farlo tutti.