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La minaccia dei batteri resistenti agli antibiotici

L’abuso di antibiotici favorisce lo sviluppo di ceppi resistenti. Ma da nuove scoperte inaspettate potremmo trovare le nuove armi per vincere la guerra contro i batteri.
A cura di Roberto Paura
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Da alcuni anni, c’è un grave problema che non fa dormire sonni tranquilli a molti esperti delle principali organizzazioni per la sanità del mondo. Non si tratta dei rischi di pandemie prodotte da nuovi virus, o minacce provenienti da agenti patogeni sconosciuti. È una minaccia nota da decenni, ma che nel prossimo futuro rischia di trasformarsi in un’emergenza sanitaria globale. Ci sono batteri resistenti agli antibiotici. Lo sappiamo da sempre, da quando abbiamo iniziato a usare gli antibiotici per debellarne la maggior parte. Già allora, alcuni ceppi si erano dimostrati insensibili alle nuove armi della medicina. Ora, il ricorso eccessivo agli antibiotici sta garantendo anche ai ceppi di batteri un tempo vulnerabili lo sviluppo di difese capaci di renderli resistenti. Se non si inverte la rotta, potrebbe essere un’ecatombe.

Perché i batteri ci oppongono resistenza

In Europa già oggi 25.000 persone l’anno muoiono a causa di batteri resistenti ai farmaci. E questo perché in alcuni paesi, come l’Italia, si usa prescrivere antibiotici anche quando non servirebbero, anche quando non è in atto una vera infezione batterica. Il risultato è che i ceppi di batteri all’interno del nostro organismo sviluppano contromisure ai principi attivi dei medicinali, grazie soprattutto al fatto che il ritmo con cui le mutazioni si diffondono nelle nuove generazioni batteriche è enormemente superiore alla nostra capacità di sviluppare difese naturali. Gli antibiotici agiscono sui batteri bloccando la sintesi delle proteine all’interno delle loro cellule, impedendo così la loro moltiplicazione. Alcuni di questi batteri possiedono dei ribosomi o degli enzimi alterati, che continuano la sintesi delle proteine anche in presenza dell’antibiotico.

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Nel corso degli anni, questa resistenza ha assunto contorni sempre più preoccupanti. Fu possibile scoprire infatti che un ceppo particolare di batteri della dissenteria resisteva agli antibiotici in quanto le informazioni necessarie per la sintesi proteica in quel ceppo non risiedevano nei cromosomi, ma in una parte molto piccola del DNA capace di riprodursi autonomamente e addirittura di trasferirsi da una cellula all’altra di specie di batteri diverse, tra cui quelle che normalmente albergano nel nostro intestino. Si chiamano plasmidi, e sono molecole circolari di DNA indipendenti rispetto al cromosoma. Ogni anno se ne scoprono di nuovi, e questo non fa che allarmare i ricercatori. Quando ingeriamo antibiotici, favoriamo la sopravvivenza all’interno del nostro organismo di quei ceppi resistenti che, alla lunga, grazie al principio della selezione naturale, finiscono per prosperare. Normalmente non ci darebbero fastidio, perché in genere sono innocui, ma attraverso i plasmidi possono trasferire questa resistenza a microbi di tipo patogeno che invadono dall’esterno il nostro corpo.

La lezione dei batteri più antichi

Qualche mese fa, venne resa nota la scoperta, all’interno di una grotta vecchia tra i 4 e i 7 milioni di anni nel New Mexico, di oltre un centinaio di batteri rivelatisi all’analisi in laboratorio del tutto invulnerabili anche alle forme più accanite di antibiotici. Hazel Barton e Gerry Wright, microbiologi americani tra i principali studiosi delle specie batteriche resistenti, hanno studiato questi ceppi per oltre tre anni. Batteri resistenti sono stati trovati in suoli antichi come in suoli moderni, congelati nel permafrost e all’interno di grotte come quella del New Mexico. È strano, perché normalmente i batteri resistenti si trovano principalmente negli ospedali, dove l’uso degli antibiotici è così intenso che è facile sviluppare e diffondere la mutazione.

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Queste scoperto dimostrano che i batteri possono sviluppare delle forme di resistenza naturale ad antibiotici naturali. È noto che gli antibiotici nascono dalla scoperta di principi attivi naturali, sviluppatisi nel corso di milioni di anni di evoluzione durante i quali batteri e altri organismi viventi hanno lottato per la supremazia. La scoperta dei nuovi batteri resistenti è un segnale positivo, perché vuol dire che nel terreno più antico sono nascosti principi nei confronti dei quali quei batteri antichi hanno sviluppato una resistenza. Scoprirli permetterebbe di aprire una nuova fase nello sviluppo di antibiotici più potenti.

Alleati inaspettati

Secondo i microbiologi, è probabile che siano i batteri non patogeni – come quelli scoperti nella grotta e quelli che vivono nel nostro intestino – a sviluppare i geni della resistenza, che poi trasmettono ai microbi patogeni attraverso i plasmidi. Questo ci costringe ancora una volta di più a usare gli antibiotici con parsimonia. Nuovi regolamenti in proposito sono stati adottati dall’Unione europea di recente. Ma intanto nei laboratori si lavora notte e giorno per trovare nuove armi nella lotta contro i batteri. L’ultima scoperta arriva dall’Australia e indica una strada completamente nuova: la nuova arma potrebbe esserci fornita da una proteina virale.

Si chiama PlyC ed è un batteriofago lisina, un virus cioè che invade i batteri. Utilizzando una proteina derivata dall’amminoacido lisina, questo batteriofago è capace di uccidere batteri responsabili del mal di gola, polmonite e sindrome da shock tossico. Per decenni, gli scienziati hanno cercato di decifrare la sua struttura. Riuscirci significa scoprire nuovi meccanismi per distruggere batteri resistenti agli antibiotici senza ricorrere agli antibiotici. I batteriofagi potrebbero essere le nostre future armi nella guerra che verrà contro forme sempre più resistenti di batteri. Potremo trovare il modo di sintetizzarli; ma laddove non ci riuscissimo, sarà bene iniziare a metter su un potente arsenale naturale.

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