Inclusa tra le patologie infettive gastrointestinali più diffuse al mondo, la campylobatteriosi è scatenata dai batteri del genere Campylobacter e provoca dolori addominali, diarrea, febbre, mal di testa e altri sintomi. Ha iniziato a destare preoccupazione a causa del numero di contagi in costante aumento e per l'emergente resistenza agli antibiotici, i cui primi segnali furono rilevati alla fine degli anni '80 del secolo scorso. In alcuni Paesi europei, stando ai dati riportati sul portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica “EpiCentro”, la malattia mostra un tasso di incidenza persino superiore alla salmonellosi non tifoide. In Italia è balzata agli onori della cronaca per il contagio di circa 180 bambini e alcuni adulti a Pescara, con decine di ricoverati in ospedale, benché nessuno in condizioni serie.

Cos'è il Campylobacter

I batteri del genere Campylobacter sono patogeni e scatenano la malattia infettiva chiamata campylobatteriosi. I più comuni, responsabili della quasi totalità dei contagi, sono il Campylobacter jejuni e il Campylobacter coli, seguiti da Campylobacter fetus, Campylobacter upsaliensis e Campylobacter lari. In tutto se ne conoscono una quindicina di specie. Si tratta di microorganismi gram negativi dalla caratteristica forma spirillata, non generano spore e sono abili al movimento.

Trasmissione

Poiché i Campylobacter presentano una scarsa resistenza alle condizioni ambientali e mal tollerano la bassa umidità, difficilmente si trovano sul terreno. La trasmissione, infatti, avviene principalmente attraverso l'ingestione di bevande e cibi contaminati. I batteri sono commensali di molte specie animali, sia domestiche che selvatiche, e il contagio spesso è legato al consumo di alimenti entrati in contatto con materiale fecale infetto. Tra i principali vettori c'è la carne di pollo poco cotta, che durante il processo di macellazione potrebbe contaminarsi con materiale proveniente dall'intestino. A rischio ci sono anche i macinati, le frattaglie, acqua non potabile e latte non pastorizzato. Meno rischiose le carni magre di bovini e maiale. La trasmissione da uomo a uomo è molto rara, mentre il contatto con animali domestici infetti non è sicuro.

I sintomi

Dopo un'incubazione che va da uno a sette giorni iniziano a emergere i sintomi più comuni della malattia infettiva, ovvero dolori addominali, mal di testa, mialgia, vomito, diarrea – spesso con sangue – e stanchezza. Solitamente si guarisce nel giro di una settimana, ma in alcuni casi può volerci il doppio del tempo. I soggetti più esposti al contagio sono i bambini, gli anziani e le persone con deficit immunitario. Nelle forme più lievi la patologia può decorrere senza manifestare alcun sintomo, ma in alcuni casi può scatenare serie complicanze.

Le complicanze

Nelle persone predisposte, come quelle immuno-compromesse o i bambini molto piccoli, la campylobatteriosi può provocare gravi complicanze. Fra esse vi sono artrite reattiva, endocardite, meningite, pancreatite, gravi infezioni del fegato e dei reni e la sindrome di Guillain-Barré, una patologia che interessa il sistema nervoso e quello respiratorio e può sfociare nella paralisi progressiva. Meno dell'1 percento dei pazienti colpiti dai Compylobacter sviluppa una o più di queste complicanze, e il tasso di mortalità resta comunque molto basso.

Diagnosi e trattamento

Quando l'enterite scatenata dal Compylobacter è di lieve entità, normalmente non si somministra nemmeno la terapia antibiotica, dato che si tratta di una patologia autolimitante che in assenza di cure tende a sparire da sola in pochi giorni. Nei pazienti più a rischio, oltre alla re-idratazione di base, possono essere prescritti antibiotici come l'eritromicina, la tetraciclina e l'azitromicina. Negli ultimi anni il batterio ha iniziato a manifestare resistenza verso la penicillina e alle cefalosporine, rendendosi arduo da debellare nelle infezioni più gravi. La diagnosi è legata alle analisi di laboratorio dei campioni prelevati dai pazienti; la malattia può infatti essere facilmente confusa con altre infezioni gastrointestinali.

[Credit: De Wood, Pooley, USDA, ARS, EMU]