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Di annunci clamorosi sulla fine della scienza se ne sentono continuamente. Nel 1899 un funzionario dell’ufficio brevetti degli Stati Uniti dichiarò senza tema di smentite che “tutto quello che poteva essere inventato è già stato inventato”. E più o meno in quello stesso periodo Lord Kelvin, che pensava di aver messo la parola fine allo studio dell’elettromagnetismo, sostenne che non ci sarebbe stato più niente da scoprire nella fisica, “solo da effettuare misure sempre più precise”. Pochi anni dopo vennero scoperti i quanti, la struttura dell’atomo, la relatività generale e la scienza attraversò la sua più grande rivoluzione. È giusto prendere quindi con le dovute cautele la roboante dichiarazione di Dean Keith Simonton, psicologo studioso dell’intelligenza umana all’Università della California a Davis, pubblicata sulle pagine della rivista Nature. Vista la sede prestigiosa dove il commento – non un articolo scientifico – è stato appena pubblicato, c’è da aspettarsi che si apra un grande dibattito sulla considerazione secondi cui l’era della genialità scientifica è ormai tramontata, e i tempi di uomini come Einstein, Bohr, Heisenberg o Marie Curie sono alle spalle.

Le stimmate del genio scientifico

Simonton mette le mani avanti: la scienza è ben lungi dall’essere arrivata al capolinea. Anzi. Stiamo vivendo una fase di straordinario sviluppo della ricerca, ma a ben guardare non riusciamo a trovare geni solitari che con le loro intuizioni improvvise, i loro “Eureka”, fanno effettivamente avanzare la scienza. “Ho dedicato più di trent’anni allo studio del genio scientifico, il più alto livello della creatività nella scienza”, spiega il professor Simonton. “Il genio scientifico offre idee che sono originali, utili e sorprendenti. Questi lampi momentanei non sono mere estensioni di un’esperienza specifica già preesistente: il genio scientifico concepisce un’esperienza nuova”. Quando Albert Einstein se venne su con la sua teoria della relatività, non si stava limitando a perfezionare una teoria già definita, ma ne stava creando una ex-novo, completamente diversa da qualsiasi cosa fosse mai stata pensata prima.

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Il genio scientifico gioca un ruolo decisivo in due modi diversi, spiega Simonton: può portare a fondare nuove discipline, come Galileo che con il suo telescopio battezzò l’astronomia moderna; o può rivoluzionare discipline dominanti, come la teoria della selezione naturale di Darwin che trasformò completamente lo studio della biologia, della zoologia, della geologia e di tutte quelle aree della scienza in cui si dava per scontato che nulla fosse cambiato da quando Dio aveva creato l’universo. “Dal mio punto di vista, né la creazione di nuove discipline né la rivoluzione di quelle già esistenti è possibile per gli scienziati contemporanei”, afferma lo studioso. “Gli avanzamenti futuri poggeranno probabilmente su ciò che è già noto piuttosto di alterare le fondamenta stesse della conoscenza. Uno dei più grandi risultati scientifici recenti è stata la scoperta del bosone di Higgs… la cui esistenza era stata predetta decenni fa”.

La fine delle rivoluzioni nella scienza

Come mai tutto ciò? La scienza è andata sempre più specializzandosi, cosicché le nuove scoperte sono possibili solo mettendo insieme scienziati che conoscono alcuni dettagli che, insieme, possono produrre un quadro più completo. Non è più pensabile che un giovane impiegato possa, in un paio d’anni, pubblicare da solo quattro articoli scientifici rivoluzionari come fece Albert Einstein. Oggi le pubblicazioni scientifiche riportano anche decine di autori diversi. Questo non vuol dire che i ricercatori di oggi siano meno intelligenti. L’intelligenza media sta aumentando e i ricercatori di oggi sono più preparati di quelli della scorsa generazione. “E’ difficile credere che Laplace o James Maxwell potessero padroneggiare la formidabile matematica della teoria delle superstringhe, per fare un esempio”. Tuttavia, quello che manca, sostiene Simonton, non è l’intelligenza, ma il genio, che è una cosa diversa.

Gli avanzamenti futuri poggeranno probabilmente su ciò che è già noto piuttosto di alterare le fondamenta stesse della conoscenza.

Professor Simonton.
Il mondo della ricerca scientifica è cambiato radicalmente nell’ultimo secolo. Oggi, una persona portata per la fisica teorica finirà con tutta probabilità per lavorare in gruppi molto estesi, necessiterà di produrre articoli per mantenere alto lo standard di produzione scientifica e si troverà a scendere a compromessi con le logiche dell’università o dei centri di ricerca. Ma, del resto, secondo Simonton le discipline scientifiche non hanno nemmeno bisogno di rivoluzioni. La celebre teoria sulle rivoluzioni scientifiche di Thomas Khun sostiene che un cambio di paradigma nella scienza avviene solo quando, all’interno di una disciplina consolidata, cominciano ad accumularsi anomalie sempre più rilevanti finché diventa necessario adottare un paradigma nuovo per spiegarle. Niente di tutto questo sembrerebbe stia avvenendo. Eppure, nello stesso giorno in cui Simonton pubblicava il suo commento su Nature, sull’edizione online di Scientific American si è aperto un nuovo dibattito sulla presunta fine del materialismo scientifico e la necessità di un modo radicalmente nuovo di studiare la scienza. Il de profundis sulla genialità e le rivoluzioni scientifiche sembra quindi un po’ prematuro.