Lo zika virus è stato individuato nel liquido amniotico di due donne incinte che avevano già ricevuto una diagnosi di microcefalia per i feti che portavano in grembo: lo afferma un report pubblicato da The Lancet Infectious Diseases suggerendo, quindi, che il virus sarebbe in grado di superare la barriera placentare. Non è ancora la prova che il virus possa essere la causa della microcefalia: molti, infatti, sono gli studi che attualmente stanno cercando di comprendere il legame tra i due fenomeni, andando oltre le possibili interpretazioni dei dati numerici.

Due casi in Brasile

Il gruppo di ricerca ha seguito il caso di due donne, rispettivamente di 27 e 35 anni, di Paraiba, stato nel nord-est del Brasile. Le due donne presentavano i sintomi da infezione da Zika virus (febbre e dolori muscolari) durante il primo trimestre di gravidanza: indagini svolte intorno alla ventiduesima settimana hanno confermato che entrambi i feti presentavano microcefalia. Alla ventottesima settimana di gravidanza, sono stati prelevati ed analizzati campioni di liquido amniotico per cercare la traccia di potenziali infezioni: entrambe le pazienti sono risultate negative ai test per il dengue virus, chikungunya virus ed altre infezioni come l'HIV, la sifilide e l'herpes. Sebbene nelle urine e nel sangue delle donne non ci fosse traccia di Zika virus, il loro liquido amniotico è invece risultato positivo al test.

I ricercatori, inoltre, hanno analizzato l'intero genoma del virus rinvenuto nell'organismo delle due donne, confermando che il microrganismo risulta geneticamente correlato al ceppo identificato durante l'epidemia di Zika virus in Polinesia Francese nel 2013.

Dietro i numeri, un meccanismo biologico ancora ignoto

Fino ad oggi, gli studi avevano identificato tracce dello Zika virus nella saliva, nel latte e nelle urine delle madri e dei loro neonati: l'ultimo lavoro, però, chiarisce ulteriormente il quadro, con la scoperta che il virus può attraversare la barriera placentare e, dunque, potenzialmente infettare il feto. La barriera in questione, fatta di strati di tessuto che regolano lo scambio di sostanze tra la madre e il feto, sembrerebbe dunque attaccata nella sua funzione protettiva, assieme al liquido amniotico, che preserva il feto. Questo però non risolve la questione perché manca del tutto la comprensione biologica del meccanismo che potrebbe portare il feto, una volta colpito dal virus, a sviluppare la microcefalia e a venire al mondo, quindi, con testa molto piccola e con il rischio di un incompleto sviluppo cerebrale.

All'origine della microcefalia

Come è noto, il numero di casi di microcefalia tra i nuovi nati è aumentato vertiginosamente in Brasile nel 2015; contestualmente, il Paese ha fatto registrare un elevato numero di infezioni da Zika virus portando così a ragionare sulla possibilità di un legame. In realtà c'è da dire che non esistono ancora cifre precise neanche sui casi di microcefalia neonatale potenzialmente riconducibili ad un'infezione da Zika virus contratta dalla madre durante la gravidanza. Ad oggi la microcefalia è stata messa in relazione con diversi fattori tra cui disordini genetici, l'esposizione a sostanze chimiche o a droghe, malnutrizione materna, ma anche batteri e virus in grado di superare la barriera placentare: per sapere se anche lo Zika virus può giocare un ruolo determinante bisognerà aspettare ancora.