Tommy è un esemplare di scimpanzé di 26 anni divenuto celebre a partire dall'anno scorso quando un avvocato, chiamato Steven Wise, si è interessato per primo al suo caso: il povero animali, infatti, vive in condizioni non propriamente invidiabili, rinchiuso com'è in una piccola gabbia sporca e ricevendo cure ed attenzioni inadeguate. O almeno così pare perché, di contro, il suo padrone, che è un privato chiamato Patrick Lavery, sostiene che quella sia una gabbia all'avanguardia da 150.000 dollari (non immaginiamo come la cosa possa colpire un primate non umano) e che al suo interno Tommy disponga di stereo e di TV via cavo (pare che apprezzi particolarmente i cartoni animati): detta così, potremmo quasi ammettere che lo scimpanzé viva molto meglio di tanti altri esseri umani.

Il caso

Ma Steven Wise non è dello stesso avviso: lavorando per The Nonhuman Rights Project (NhRP), si occupa di agire per conto di quegli animali non umani ma intelligenti, ossia consapevoli di sé ed autonomi, come elefanti, grandi scimmie o delfini. L'organizzazione, infatti, ha come obiettivo quello di consentire a queste creature di svincolarsi dalla potestà del loro padrone, liberandosi così dalla cattività per vivere in dei santuari appositamente a loro dedicati per il resto della loro vita. NhRP si dedica principalmente ad animali che sono stati, spesso per anni, utilizzati nei laboratori scientifici; Tommy ha una storia differente, poiché è di un privato, ma questo non lo escluderebbe dal poter avere i medesimi diritti.

L'anno scorso, l'organizzazione depositò alla Corte Suprema di New York, per conto di Tommy, il writ di Habeas Corpus: sostanzialmente si chiedeva che venisse rispettato per lo scimpanzé il suo diritto da prigioniero di comparire dinanzi al giudice; di fatto, non si poteva negare che vivesse "agli arresti". La corte suprema rigettò il caso di Tommy ma, evidentemente la NhRP non aveva intenzione di arrendersi. D'altronde Lavery sostiene che le condizioni in cui viene tenuto Tommy non sarebbero poi così male: è vero, sta sempre da solo ma, a quanto dice il proprietario la cosa gli piacerebbe (c'è qualcuno a cui piace realmente stare costantemente da solo?). Oltretutto, obiettava, la gabbia non è affatto piccola ed è bene attrezzata per tutte le stagioni, con pareti dipinte e una temperatura di 21° centigradi per l'inverno e la possibilità di uscire fuori d'state. Wise non ha mai concordato, denunciando le miserabili condizioni di Tommy, detenuto in una piccola gabbia, parte di uno spazio più ampio, come una specie di capannone che si trova a Gloversville, New York.

Lo scimpanzé "davanti ai giudici"

Adesso la questione è finita nuovamente sotto l'attenzione dei giudici del terzo dipartimento della New York Supreme Court Appellate presso Albany: saranno loro a stabilire se il povero scimpanzé prigioniero ha diritto ad emanciparsi dalla propria schiavitù, benché, a quanto pare, dotata di tutti i comfort. Sia ben chiaro che, quando si parla di personalità giuridica, non si sta pensando di conferire a Tommy i medesimi diritti di un essere umano (d'altronde, forse di molti non saprebbe neanche bene che farsene, giustamente). In termini legali questo gli garantirebbe esclusivamente la protezione in virtù di quelle leggi che tutelano gli animali dalle crudeltà.

Wise e Nhrp hanno intenzione di persuadere la corte del fatto che l'animale è condannato ad una iniqua prigionia, chiedendo così anche una pena per il proprietario autore del reato. A sostegno di questa tesi, prevedibilmente, i tantissimi studi che, negli anni, hanno dimostrato come gli scimpanzé siano in possesso di consapevolezza di sé, empatia, capacità di gioire come di soffrire, di esperire stadi cognitivi estremamente complessi, riconoscere la morte e ricordare eventi significativi.

Un episodio che farà storia

Comunque vadano le cose, il fatto che l'episodio sia finito in tribunale farà storia e su questo si può essere ragionevolmente certi. Gli avvocati di Tommy, in effetti, hanno riportato un caso inglese che fa riflettere: nel 1772 uno schiavo americano, chiamato James Somerset, fuggì dal proprio padrone a Londra. Dopo una richiesta di rispetto dell'habeas corpus, la corte stabilì che il signor Somerset era una persona e non una cosa, quindi lo liberò. Provate ad immaginare quanto allora i tempi fossero diversi: c'è da sperare che, forse, siamo vicini ad un'epoca in cui i diritti fondamentali di animali come Tommy potranno essere rispettati.