Credit: Ron Barkai/Università di Tel Aviv
in foto: Credit: Ron Barkai/Università di Tel Aviv

L'Homo erectus, noto per essere il primo ominide ad aver utilizzato sofisticati strumenti in pietra a doppia faccia, non scartava nulla dalla lavorazione delle rocce, ma intagliava anche i frammenti più piccoli per ottenere utensili di precisione con cui lavorava la carne degli animali catturati. Lo ha dimostrato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Università di Tel Aviv, Israele, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Laboratorio di Analisi tecnologica e funzionale di manufatti preistorici (Ltfapa), del Laboratorio di dieta e tecnologia antica (DANTE) e del Dipartimento di Chimica dell'Università Sapienza di Roma.

Credit: Scientific Reports/Università di Tel Aviv
in foto: Credit: Scientific Reports/Università di Tel Aviv

Gli scienziati, guidati dalla dottoressa Flavia Venditti dell'Istituto di Archeologia presso l'ateneo israeliano (e membro dell'Ltfapa), sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato nel dettaglio quasi 300 piccole schegge risalenti al Paleolitico inferiore, con un'età stimata tra i 300mila e i 500mila anni e rinvenute nel sito archeologico di Revadim, in Israele. Fino ad oggi si riteneva che questi frammenti fossero scarti delle cosiddette amigdale, pietre scheggiate su ambo i lati e a forma di mandorla che l'Homo erectus, antenato diretto dell'Homo neanderthalensis, utilizzava per tagliare ossa, carne, cartilagine e pelle degli animali. Analizzando nel dettaglio i piccoli reperti attraverso esami morfologici, chimici e ai raggi X, tuttavia, Venditti e colleghi hanno evidenziato su un centinaio di essi vi erano chiari segni di usura, oltre che resti organici degli animali lavorati. In parole semplici, non erano affatto un prodotto di scarto, bensì facevano parte di un set di strumenti di precisione che serviva a ottenere il massimo dalle carcasse.

Credit: Scientific Reports/Università di Tel Aviv
in foto: Credit: Scientific Reports/Università di Tel Aviv

Non a caso nel sito di Revadim, oltre alle centinaia di schegge lavorate, gli scienziati hanno trovato anche gli strumenti più grandi e “tradizionali” della cultura acheuleana e numerosi resti di animali, compresi quelli di elefanti. Prede che dovevano essere molto complicate da abbattere con gli strumenti del Paleolitico, ma dalle quali era possibile ottenere una grande quantità di materiali e nutrimento. Queste antichissime comunità di umani primordiali, del resto, prosperarono per migliaia e migliaia di anni, come sottolineato dalla Venditti e dalla collega Cristina Lemorini. L'Homo erectus, come i suoi predecessori, si estinse in seguito alla diffusione di ominidi più evoluti, dai quali ebbe origine anche l'uomo moderno. I dettagli dell'affascinante ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica del circuito Nature Scientifics Reports.