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15 Aprile 2019
10:44

L’esopianeta più vicino alla Terra, Proxima b, potrebbe ospitare la vita: ecco perché

Due ricercatori americani hanno dimostrato che i bombardamenti di raggi Uv su Proxima b, l’esopianeta più vicino alla Terra, sono inferiori a quelli che colpirono il nostro pianeta miliardi di anni fa, quando era già abitato. Ecco perché il corpo celeste roccioso e orbitante nella zona abitabile della stella potrebbe ospitare la vita.
A cura di Andrea Centini
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Credit: Jack O’Malley–James/Cornell University
Credit: Jack O’Malley–James/Cornell University

Proxima b, il pianeta extrasolare più vicino alla Terra, potrebbe avere le condizioni per ospitare la vita. Il bombardamento di raggi ultravioletti (Uv) cui è sottoposto dalla sua stella, infatti, sarebbe di molto inferiore a quello che colpì Terra primordiale miliardi di anni fa, nella quale la vita era già presente con forme semplici, e dalle quali, sotto la spinta dei processi evolutivi, siamo originati anche noi e tutta la biodiversità che conosciamo. A determinare questa importante caratteristica di Proxima b, che si trova ad “appena” 4,2 anni luce dal nostro pianeta, sono stati due ricercatori dell'Istituto Carl Sagan presso l'Università Cornell di Ithaca, Stato di New York (Stati Uniti).

Simile alla Terra. Tra gli esopianeti che orbitano nella cosiddetta zona abitabile della propria stella, cioè quella che permetterebbe la presenza di acqua allo stato liquido sulla superficie, Proxima b è il quarto per “indice di similarità terrestre” (ESI), una misura che, come suggerisce il nome, indica quanto un pianeta extrasolare somiglia al nostro (i primi tre sono il celebre TRAPPIST-1 d, Gliese 3323 b e Kepler-438 b). Il problema di questi corpi celesti risiede nel fatto che orbitano attorno a stelle nane rosse, più piccole e fredde del nostro Sole, ma capaci di veri e propri brillamenti (esplosioni di radiazioni) che possono investire i pianeti più vicini. Si ritiene che questi bombardamenti di raggi Uv siano incompatibili con la vita poiché in grado di danneggiare le molecole biologiche, inoltre potrebbero spazzar via le eventuali atmosfere, rendendo i corpi celesti sterili e roventi. Ora i due scienziati Jack T O'Malley-James e Lisa Kaltenegger dell'ateneo statunitense hanno dimostrato che la Terra primordiale veniva stata investita da bombardamenti di radiazioni di raggi Uv molto più energetiche, ma ciò non ha determinato lo sterminio della vita e non le ha impedito di svilupparsi ed evolversi. Ne consegue che la vita potrebbe essere presente e florida anche sull'affascinante Proxima b.

La ricerca. Ma come hanno fatto a dimostrare che le radiazioni Uv non dovrebbero rappresentare un fattore limitante per l'abitabilità di pianeti alla stregua di Proxima b? I due scienziati hanno realizzato simulazioni al computer per calcolare l'impatto dei raggi Uv su vari modelli di pianeti, che spaziano da quelli con atmosfere scarse e prive di ossigeno e azoto (come la Terra primordiale) a condizioni simili a quelle che viviamo attualmente. Ebbene, dai risultati è emerso che questi bombardamenti di raggi Uv, anche durante i famigerati brillamenti, risultano sempre inferiori a quelli subiti dalla Terra miliardi di anni fa, che era già abitata. Ecco perché proxima B e altri esopianeti come TRAPPIST-1e, Ross-128b e LHS-1140b (quelli indagati dagli scienziati) restano tra i principali obiettivi dove cercare vita nell'Universo. Questi corpi celesti sono importanti anche perché in un lontano futuro potrebbero rappresentare una nuova "casa" per l'umanità, tenendo presente che tra circa 5 miliardi di anni la Terra verrà distrutta al termine del ciclo di vita del Sole. Purtroppo, al momento, non abbiamo le tecnologie per raggiungerli, e anche l'invio di sonde in tempi accettabili è ancora allo studio. I dettagli della ricerca americana sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

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