Continui colpi alla testa ricevuti da giovani, come quelli subiti dai giocatori di football americano, modificano il cervello e riducono la sua attività. Lo hanno determinato due team di ricerca dello UT Southwestern Medical Center di Dallas e dell'Università Wake Forest di Winston-Salem, che hanno condotto due distinte indagini su sportivi in età scolare. In particolar modo, gli studiosi coordinati dalla professoressa Elizabeth M. Davenport, ricercatrice al prestigioso Advanced NeuroScience Imaging Research (ANSIR) presso l'ateneo del Texas, hanno scoperto che i giovani atleti che hanno avuto almeno una commozione cerebrale e quelli esposti a continui impatti subiscono cambiamenti cerebrali al termine della stagione sportiva.

I ricercatori si sono concentrati sull'analisi della cosiddetta “Default Mode Network” (DMN), una rete di regioni cerebrali legata anche all'elaborazione delle emozioni che è attiva quando siamo svegli ma il cervello è a "riposo". Cambiamenti nella DMN sono stati evidenziati nei pazienti con malattie mentali e in quelli che hanno subito un trauma cranico. Nel primo dei due studi Davenport e colleghi hanno seguito 26 giocatori di football tra i 9 e i 13 anni, ai quali sono stati applicati sui caschi i dispositivi chiamati HITS (Head Impact Telemetry System), una serie di sensori e accelerometri che misurano forza, direzione e posizione degli impatti ricevuti dalla testa. Raccolti i dati dopo un'intera stagione, i ragazzi sono stati divisi in due gruppi, ovvero ad alta e a bassa esposizione agli impatti, e sono stati messi in confronto con 13 ragazzi che non hanno subito alcun impatto.

Tutti quanti sono stati sottoposti a risonanze magnetiche funzionali (fMRI), e dall'analisi statistica dei dati, coadiuvata anche da un'intelligenza artificiale, è emerso che i ragazzi esposti a più impatti presentavano i maggiori cambiamenti funzionali del cervello nell'area della DMN. Gli effetti saranno valutati con altre e più approfondite indagini. Nel secondo studio i ricercatori hanno coinvolto venti giocatori di football delle scuole superiori con un'età media di 16,9 anni. Fra essi, cinque avevano avuto almeno una commozione cerebrale durante la carriera sportiva. Attraverso una scansione magnetoencefalografica (MEG) della durata di otto minuti, eseguita all'inizio e al termine della stagione, Davenport e colleghi hanno scoperto che i ragazzi che avevano subito una commozione cerebrale presentavano una connettività sensibilmente inferiore nella DMN, mentre gli altri, in media, hanno manifestato un aumento. Sembra dunque che la commozione cerebrale riesca ad influenzare il modo in cui il cervello reagisce agli impatti successivi alla testa. I dati, presentati in occasione della Radiological Society of North America (RSNA), andranno valutati attraverso ulteriori indagini.

[Credit: Keittjj]