Il fumo di sigaretta danneggia direttamente anche i muscoli, riducendone il numero di vasi sanguigni e promuovendo l'affaticamento. In pratica, la debolezza muscolare e la limitata capacità di sostenere esercizi fisici che caratterizza i fumatori, non è solo legata all'infiammazione polmonare, ma anche a un danno diretto alla muscolatura, nello specifico a quella degli arti inferiori. Lo ha dimostrato un team di ricerca del Dipartimento di Medicina dell'Università della California di San Diego, che ha lavorato a stretto contatto con i colleghi dell'Università Federale di Rio de Janeiro (Brasile) e dell'Università di Kochi (Giappone).

Gli studiosi, coordinati dalla professoressa Ellen Breen, sono giunti a questa conclusione dopo aver condotto una serie di esperimenti con modelli murini (topi). I roditori sono stati esposti al fumo di sigaretta in due modi differenti: attraverso la normale inalazione del fumo e con iniezioni settimanali di estratto di sigaretta. I test sono stati portati avanti per otto settimane. Al termine del trattamento i due gruppi di topi hanno manifestato una resistenza all'affaticamento ridotta del 42 percento, catalizzata da una significativa diminuzione (del 34 percento) nel numero di capillari rispetto alle fibre muscolari. Tra i muscoli coinvolti il soleo e il digitorum longus, l'estensore lungo delle dita. I risultati indicano che il fumo riesce ad alterare la vascolarizzazione dei muscoli e impatta sulla loro efficienza contrattile, indipendentemente dalla funzione polmonare.

Poiché le sostanze contenute nel fumo di sigaretta sono ben 4mila, Breen e colleghi non sanno quali sono le responsabili degli effetti negativi sulla muscolatura posteriore; proveranno a capirlo attraverso nuovi studi ad hoc. Gli studiosi hanno colto l'occasione per sottolineare ancora una volta i pericoli legati a questo vizio: “È di vitale importanza mostrare alle persone che l'uso delle sigarette ha conseguenze dannose su tutto il corpo – ha indicato la Breen -, anche sui grandi gruppi muscolari necessari per la vita quotidiana”. I dettagli della ricerca americana sono stati pubblicati sulla rivista scientifica The Journal of Physiology.

[Credit: cheryholt]