Dal primo caso, registrato a Hong Kong il 24 agosto, sono stati pubblicati altri tre casi di reinfezione da coronavirus, l’ultimo nello stato americano del Nevada, in un uomo di 25 anni che 48 giorni dopo la prima l’infezione da Sars-Cov-2, è risultato nuovamente positivo al coronavirus. Un caso clinico che si aggiunge ad altre 20 prove di reinfezione in attesa di revisione che suscitano preoccupazioni sul fatto che, le persone che si sono riprese dall’infezione, possano essere ancora vulnerabili.

Reinfezioni possibili ma molto rare

Casi che fanno notizia ma che sono molto rari, dicono gli esperti. “Se fosse un evento molto comune, avremmo visto migliaia di casi – dice Akiko Iwasaki, immunologo dell'Università di Yale, autore di un commento che accompagna lo studio del Nevada su The Lancet Infectious Diseases – . È importante però notare che ci sono persone che vengono reinfettate e in alcuni di questi casi si sviluppa una malattia più grave”. I casi di reinfezione dicono che “non possiamo fare affidamento sull'immunità acquisita dall'infezione naturale per conferire l'immunità di gregge. Non solo questa strategia è letale per molti, ma non è nemmeno efficace. L’immunità di gruppo richiede vaccini sicuri ed efficaci e una solida implementazione della vaccinazione. Anche se si è guariti da infezione, c’è ancora bisogno di continuare a usare la mascherina e praticare il distanziamento sociale”.

Una delle domande chiave nel prevedere il decorso della pandemia è capire quanto bene e per quanto tempo le risposte immunitarie proteggono dalla reinfezione. “Per alcuni virus – spiega Iwasaki –  la prima infezione può fornire un'immunità permanente. Per i coronavirus stagionali, l’immunità protettiva è di breve durata”. Per confermare un caso di reinfezione, i ricercatori cercano differenze significative nei geni dei coronavirus che causano entrambe le malattie. “Sebbene le differenze nella sequenza del genoma virale dei vari isolati siano un ottimo modo per sapere se un individuo viene reinfettato, non indicano che la seconda infezione sia dovuta all’evasione immunitaria. Non ci sono attualmente prove che una variante Sars-CoV-2 sia emersa come risultato di evasione immunitaria”.

L'obiettivo chiave per il futuro, ritiene Iwasaki, è accertare il livello e la specificità degli anticorpi ​​al momento della reinfezione. “Man mano che emergeranno casi di reinfezione, la comunità scientifica avrà l'opportunità di comprendere meglio i correlati della protezione e la frequenza con cui le infezioni naturali da Sars-CoV-2 inducono livelli di immunità. Queste informazioni saranno fondamentali per capire quali vaccini sono in grado di superare quella soglia per conferire l'immunità individuale e di gregge”.