Le donne incinte che contraggono la COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, possono trasmettere gli anticorpi al feto attraverso il cordone ombelicale. Ciò nonostante, non tutte le tipologie di anticorpi riescono a passare, e le concentrazioni di quelli rilevati sono intimamente connessi al tempo che intercorre tra il contagio e il momento del parto, oltre che dai livelli rilevati nella madre. Non è stato ancora determinato quanto questi anticorpi possono influenzare l'immunità del bambino, sebbene quelli rilevati, le immunoglobuline IgG, sono i cosiddetti anticorpi neutralizzanti, che offrono la miglior protezione contro l'infezione. Nel caso specifico, quelli relativi sono contro il cosiddetto dominio di legame del recettore (RBD) sulla proteina S o Spike, il “grimaldello biologico” che il patogeno sfrutta per legarsi al recettore ACE-2 delle cellule umane, rompere la parete cellulare e inserire l'RNA virale all'interno, meccanismo biologico alla base della replicazione del virus e dell'infezione.

A determinare che le donne in gravidanza contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2 possono trasmettere anticorpi ai figli è stato un team di ricerca americano guidato da medici e scienziati della Divisione di Neonatologia dell'Ospedale pediatrico di Filadelfia, che hanno collaborato con i colleghi di vari dipartimenti della Scuola di Medicina “Perelman” dell'Università Statale della Pennsylvania. Gli scienziati, coordinati dal professor Dustin D. Flannery, docente di pediatria dell'ateneo statunitense, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver coinvolto nello studio oltre 1.700 donne – con un'età media di 32 anni – ricoverate per partorire presso l'Ospedale di Filadelfia tra il 9 aprile e l'8 agosto 2020. Per 1.471 casi erano disponibili campioni sia di sangue materno che del cordone ombelicale, sui quali sono stati condotti test sierologici per andare a “caccia” degli anticorpi. Dalle analisi di laboratorio sono stati identificati anticorpi IgG e IgM per l'RBD della proteina Spike del coronavirus in 83 madri (6 percento del totale), mentre le sole immunoglobuline IgG sono state identificate in 72 degli 83 bambini nati. “Le IgM non sono state rilevate in nessun campione di sangue del cordone ombelicale, e gli anticorpi non sono stati rilevati in nessun bambino nato da madre sieronegativa”, si legge nell'abstract dello studio.

Undici dei bambini nati da madri positive agli anticorpi per il SARS-CoV-2 erano dunque sieronegativi: in 5 (il 45 percento) erano nati da madri con i soli anticorpi IgM, mentre in 6 erano nati da madri con concentrazioni di IgG sensibilmente inferiori rispetto a quelle rilevate nelle altre mamme. Gli anticorpi IgG materni sono stati trasferiti attraverso la placenta sia dopo un'infezione asintomatica che una sintomatica durante la gravidanza (il 60 percento delle donne non aveva sintomi della COVID-19). Alla luce di queste differenze, il professor Flannery e colleghi ritengono che vi sia un fattore fondamentale nella trasmissione verticale (da madre a feto) degli anticorpi e dunque della potenziale immunità nei piccoli. Poiché gli anticorpi neutralizzanti si sviluppano settimane dopo il contagio, maggiore è il tempo trascorso tra l'infezione e il parto e superiore è la concentrazione di anticorpi rilevati nei cordoni ombelicali. In secondo luogo, la concentrazione di anticorpi nei bimbi potrebbe essere strettamente connessa alla severità della malattia sperimentata dalla madre, come suggeriscono i dati. Come specificato, gli scienziati devono ancora determinare quale sia l'immunità indotta nei bambini da questi anticorpi, ma i dati raccolti saranno preziosissimi sia per la gestione neonatale che per la campagna vaccinale delle donne in gravidanza, per le quali al momento i vaccini non sono raccomandati (ma solo per mancanza di dati), anche se l'OMS sta rivedendo le linee guida. I dettagli della ricerca “Assessment of Maternal and Neonatal Cord Blood SARS-CoV-2 Antibodies and Placental Transfer Ratios” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata JAMA Pediatrics.