Avere dei tatuaggi non comporta discriminazioni o svantaggi – come uno stipendio più basso – nel mercato del lavoro. Lo ha determinato un team di ricerca internazionale composto da studiosi dell'Università di Miami e della Scuola di Business presso l'Università dell'Australia Occidentale, dopo aver intervistato migliaia di persone provenienti da 50 Stati americani.

Gli scienziati, coordinati dal professor Michael T. French, docente di economia sanitaria presso l'ateneo americano, volevano indagare sulla relazione tra mondo del lavoro e tatuaggi, che spesso sono oggetto di pregiudizi negativi. Non a caso vengono considerati dall'opinione pubblica come una sorta di ostacolo per ottenere un impiego. Tuttavia, se da un lato ci sono carriere dove i tatuaggi non sono ammessi – vedi quelle nell'esercito e nelle forze dell'ordine dove potrebbero ‘macchiare' il decoro dell'uniforme -, dall'altro non è in vigore alcun divieto esplicito, dunque molto dipende dalla valutazione dei selezionatori. Poiché i tatuaggi sono sempre più diffusi e apprezzati – negli Stati Uniti ne possiede almeno uno il 20 percento degli adulti e il 40 percento dei giovani -, French e colleghi hanno voluto capire se effettivamente vi fossero delle differenze sotto il profilo lavorativo tra chi li ha e chi no.

Gli scienziati hanno intervistato oltre duemila persone provenienti da città con almeno un milione di abitanti ciascuna, e dall'analisi statistica dei dati hanno scoperto che la percezione generale sui tatuaggi è cambiata così radicalmente che non sussiste alcuna differenza salariale e di guadagno tra le due ‘categorie'. Secondo French, i selezionatori che si ostinano a non accettare persone tatuate hanno davanti persino un pool di candidati meno appetibile, “trovandosi in uno svantaggio competitivo per i dipendenti più qualificati”. Uno studio precedente condotto su selezionatori e responsabili del personale aveva dimostrato che queste figure consideravano meno occupabili e affidabili le persone con tatuaggi, soprattutto quelle con tatuaggi molto visibili e magari offensivi. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Human Relations.

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