L'attività fisica è un vero toccasana per la salute, tanto che secondo un recente studio dell'Università Simon Fraser (Canada) basterebbero 150 minuti di esercizio a settimana per ridurre dell'8 percento il numero di decessi nel mondo. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda 30 minuti di attività fisica (moderata) per 5 giorni alla settimana o 75 minuti di intensa attività aerobica per mantenersi in salute; non a caso sempre più medici la prescrivono come una vera e propria medicina. Non c'è dunque da stupirsi che svolgere regolarmente attività fisica possa offrire benefici anche in caso di contagio dal coronavirus SARS-CoV-2, come dimostrato da un nuovo studio. Chi si mantiene costantemente in allenamento, infatti, in caso di COVID-19 ha un rischio sensibilmente inferiore di sviluppare complicazioni, essere ricoverato in ospedale, finire in terapia intensiva e morire per la patologia.

A dimostrarlo è stato un team di ricerca americano guidato da scienziati del Kaiser Permanente Medical Center di Fontana (California), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Southern California Permanente Medical Group di Pasadena, dell'Università della California di San Diego e del Dipartimento di Economia del Pomona College di Claremont. Gli scienziati, coordinati dal professor Robert E. Sallis, medico di famiglia e di medicina dello sport presso l'istituto californiano, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato gli esiti clinici di circa 50 mila pazienti americani contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2 tra il primo gennaio 2020 e il 21 ottobre dello stesso anno. Tutti quanti avevano segnalato i propri livelli di attività fisica. Tra i partecipanti, con un'età media di 47 anni e in maggioranza donne (61,9 percento), il 6,4 percento si allenava con costanza; il 14,4 percento era costantemente inattivo e il restante si esercitava saltuariamente.

Il professor Sallis e i colleghi hanno messo a confronto l'evoluzione clinica della COVID-19 fra i tre gruppi di partecipanti, determinando che quelli costantemente inattivi avevano esisti sensibilmente peggiori. Chi era inattivo, infatti, aveva più del doppio delle probabilità di finire in ospedale degli attivi; aveva una probabilità 1,73 maggiore di essere ricoverato in terapia intensiva e una probabilità 2,49 volte superiore di morire. L'inattività rappresentava il rischio più alto di morire per COVID-19 assieme all'aver ricevuto un trapianto e avere un'età superiore ai 60 anni. Il rischio di morire, finire in ospedale e in terapia intensiva era maggiore anche rispetto a chi si esercitava senza costanza, dunque l'esercizio fisico offriva sempre un certo beneficio, sebbene l'allenamento regolare offrisse lo “scudo” migliore.

“Ciò che mi ha sorpreso di più di questo studio è stata la forza dell'associazione tra inattività e scarsi risultati per COVID-19. Anche dopo aver incluso nell'analisi variabili come l'obesità e il fumo, abbiamo visto che l'inattività era ancora fortemente associata a probabilità molto più elevate di ospedalizzazione, ricovero in terapia intensiva e morte rispetto a un'attività fisica moderata o a qualsiasi altra attività”, ha dichiarato la coautrice dello studio Deborah Rohm Young. “Cammina 30 minuti al giorno, 5 giorni alla settimana a un ritmo moderato e questo ti darà un tremendo effetto protettivo contro COVID-19”, le ha fatto eco il professor Sallis, sottolineando che la camminata moderata è quella che non ti permette di cantare per la fatica, ma ti permette ancora di parlare. “Continuo a credere che l'esercizio fisico sia una medicina che tutti dovrebbero prendere, specialmente in quest'epoca di COVID-19”, ha concluso in un comunicato stampa l'esperto. I dettagli della ricerca “Physical inactivity is associated with a higher risk for severe COVID-19 outcomes: a study in 48 440 adult patients” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata British Journal of Sports Medicine.