È una delle prime fiabe tra quelle che ci vengono raccontate durante l’infanzia: la storia di Cappuccetto Rosso serve come monito sulle conseguenze che possono derivare dal disobbedire agli ordini della mamma, dal deviare dalla strada indicata dagli adulti e dal fidarsi del primo sconosciuto di passaggio. Perché, anche se il racconto si conclude con un lieto fine obbligatorio, ciascun bambino deve sapere che la realtà può essere piena di minacce da non sottovalutare e che di “lupi cattivi” se ne possono incontrare tanti e sotto le spoglie più innocue ed accattivanti. Data la semplicità della storia, si intuisce facilmente come di Cappuccetto Rosso esistano infinite versioni, tutte con variazioni attribuibili al differente contesto culturale ma ciascuna sviluppata attorno ad un nucleo di significato immutabile: così, ad esempio, essendosi la fiaba spinta fino all'estremo oriente, in Giappone, Corea e Cina, lì il pericolo è costituito, naturalmente, da un animale ben più diffuso, ossia la tigre.

Da Perrault ai fratelli Grimm

Ma dove e quando nasce questa fiaba? Sappiamo che le due trascrizioni più note sono dovute a Charles Perrault prima e ai fratelli Grimm poi, ma forse qualcuno ignora che solo nel passaggio dal francese ai tedeschi venne aggiunto l’elemento del “salvataggio” finale dalla pancia della belva per mano di un cacciatore: nella versione di Perrault, infatti, il duro insegnamento si concludeva con la morte della fanciulla inghiottita dal lupo senza alcuna rinascita morale. In generale, però, è noto come il racconto affondasse le sue radici nella tradizione orale europea dalla quale attinsero a piene mani i narratori in questione: da qui si spiega il grande interesse che da sempre Cappuccetto Rosso ha ispirato negli appassionati e negli studiosi di folklore. L’ultimo in ordine di tempo a subire il fascino della fanciulla coperta dal mantello vermiglio è stato un antropologo della britannica Durham University, Jamshid Tehrani, il quale, in un articolo pubblicato lo scorso dicembre da PLOS ONE, ha illustrato i dettagli della propria ricerca sulle tracce della fiaba, spiegando in che modo ne ha ricostruito una possibile origine.

Cappuccetto Rosso è sempre stata qui?

Illustrazione per la fiaba dei fratelli Grimm
in foto: Illustrazione per la fiaba dei fratelli Grimm

Tehrani ha adattato alcuni principi biologici riguardanti l’evoluzione genetica alle differenti versioni della fiaba che esistono sparse in diversi angoli di mondo: l’idea di base dello studioso è che, come il DNA dei fossili può fornire indicazioni utili a risalire all'antenato comune agli uomini e alle scimmie antropomorfe, così le varianti del racconto possono al loro interno celare indizi relativi alla propria genesi. Del resto una fiaba la cui trasmissione e diffusione si basa esclusivamente sulla tradizione orale si comporta, in parte, proprio come una specie biologica: di generazione in generazione si tramanda, sempre simile a se stessa ma sempre recando una lievissima mutazione che, nel tempo, finisce per stratificarsi e divenire parte non più trascurabile del racconto stesso. E così come le ossa dei nostri “antenati” ominidi costituiscono dei reperti frammentari, allo stesso modo un racconto popolare privo di una testimonianza scritta che ne attesti l’antichità costituisce un’eredità attraverso la quale la storia può essere dedotta, compresa ed interpretata. Tehrani ha quindi preso in esame 58 versioni, incluse quelle asiatiche ed africane (nelle quali l’aggressore della bambina prende altri volti), ricostruendo la filogenesi di Cappuccetto Rosso.

Cercando di trovare nei discendenti le somiglianze con gli antenati, Tehrani è incappato in un poema in lingua latina risalente all'XI secolo rinvenuto in un monastero di Liegi, in Belgio. De puellis a lupellis seruata narra di una fanciulla vestita di una tunica rossa battesimale che, errando per i boschi, incontra un lupo che la porta nella sua tana: costituisce, dunque, la prova del fatto che una versione del racconto circolava già all'epoca, quanto meno in Europa occidentale, poiché viene specificato che si rifà ad una fiaba locale popolare. Ma di storie simili a Cappuccetto Rosso ce ne sono anche in Oriente dove, ad esempio, è presente l'elemento del mostro o della tigre mascherato da nonna che inizialmente non viene riconosciuto per quello che è; in una variante africana, l'orco riesce ad imitare la voce del fratello della vittima innocente. Inoltre, è stata presa in esame anche la fiaba de Il Lupo e i sette capretti, considerata una variante poiché in essa ricorrono dettagli come il mascheramento dell'animale cattivo da madre, nonché mamma-capra che squarta il lupo che ne ha divorato i piccoli, estraendoli vivi dalle sue viscere. Eppure tutte queste ramificazioni rischierebbero di far smarrire il percorso delineato da Tehrani che, invece, dopo aver analizzato tutti i diversi elementi ed aver costruito un albero genealogico delle diverse fiabe, è tornato al nocciolo della questione sostenendo di aver individuato "il capostipite".

Cappuccetto Rosso non proverrebbe da remote regioni della Cina o del Giappone, così come hanno spesso sostenuto alcuni studiosi: a parer di Tehrani, infatti, in Asia Orientale sono rinvenibili versioni con dialoghi già strutturati e complessi, segnale di una stratificazione più recente: «Che occhi grandi che hai!» dicono le vittime ai cattivi nelle versioni asiatiche, contrariamente a quanto accade nel poemetto medioevale belga che costituisce comunque la variante più antica di cui si ha notizia. Questo, secondo lo studioso, sta a significare che l'anima originaria da cui si è evoluta la storia risiederebbe proprio nel cuore dell'Europa, dalla quale sarebbero poi partiti tutti i diversi rami giunti fino all'Oriente. Certo, sempre volendo ammettere che il racconto, invece, non sia nato in diversi punti del Pianeta, da cui le naturali differenze, assecondando l'istintivo bisogno dell'individuo proteggere i più piccoli insegnando loro quali gravi conseguenze possono derivare dal non stare attenti ai pericoli che, ogni giorno, possono trovarsi dinanzi, magari mentre vagano per i boschi.