Rappresentazione grafica di particelle di Sars–Cov–2 / Imperial College London
in foto: Rappresentazione grafica di particelle di Sars–Cov–2 / Imperial College London

Crescono i timori circa l’efficacia dei vaccini contro le nuove varianti del coronavirus: a destare più preoccupazione sono la sudafricana (501Y.V2) e la brasiliana (denominata P.1) per la presenza di una serie di mutazioni che potrebbero in parte permettere al virus di sfuggire alla risposta immunitaria indotta dalla vaccinazione. In particolare, i dubbi ruotano attorno ad alcuni cambiamenti osservati a livello della proteina Spike che il coronavirus utilizza per legare le cellule umane e penetrare al loro interno. Rispetto alla variante emersa nel Regno Unito, per cui recenti prove hanno dimostrato l’efficacia del siero di Pfizer/BioNTech, le versioni inizialmente identificate in Sud Africa e Brasile “hanno alcune caratteristiche che indicano che potrebbero essere meno suscettibili ai vaccini” ha detto il principale consulente scientifico del governo britannico, Patrick Vallance.

Il vaccino Covid “meno efficace del 50%”

L’avvertimento è stato lanciato l’avvertimento nel corso dell’ultima conferenza stampa a Downing Street durante la quale, tra l’altro, il premier Boris Johnson ha affermato che la variante inglese potrebbe essere associata a un tasso di mortalità più elevato. D’altra parte, le altre due varianti “sono decisamente più preoccupanti di quella del Regno Unito in questo momento, e dobbiamo continuare a guardarle e studiarle con molta attenzione” ha aggiunto Vallance.

In un video di un webinar trapelato dopo la conferenza stampa, il segretario alla sanità Matt Hancock ha affermato che la variante sudafricana del virus potrebbe rendere “il vaccino di circa il 50% meno efficace”, mettendo in guardia sul fatto che la Gran Bretagna verrebbe rimandata “al punto di partenza” se non si riuscirà a contenerla. Hancock ha detto che ci sono “prove di dominio pubblico” che la variante sudafricana possa dimezzare la protezione indotta dalla vaccinazione, anche se ha proseguito dicendo “non siano sicuri di questi dati, quindi non lo direi in pubblico”. Affermazioni che, riporta il Times, hanno sollevato aspre critiche da parte di Vallance che ha insistito sul fatto che “semplicemente non è possibile” prendere degli studi di laboratorio come segno di ciò che accadrà nelle persone.

Le prove cui fanno riferimento i funzionari britannici sono molto probabilmente quelle derivate da alcune osservazioni dei ricercatori dell’Imperial College di Londra. “Alcuni dei dati che abbiamo osservato nelle ultime 48 ore ci hanno davvero spaventato –  ha ammesso in un’intervista a Nature l’immunologo dell’ateneo londinese Daniel Altman, temendo che i risultati possano far presagire una riduzione dell’efficacia dei vaccini – . Ma il quadro è ancora oscuro” sottolineano Altmann e altri scienziati. Gli studi – che hanno esaminato il sangue di un piccolo numero di persone guarite dal Covid-19 o che avevano ricevuto il vaccino – hanno finora valutato solo la capacità degli anticorpi di bloccare le varianti mutate in test di laboratorio e non gli effetti più ampi di altre componenti del loro sistema immunitario (come ad esempio le cellule T, per cui recentemente è stato dimostrato un importante ruolo nel riconoscere anche le versioni mutate del virus).

Si tratta dunque di dati estremamente parziali che non indicano se i cambiamenti nell’attività anticorpale facciano alcuna differenza in termini di efficacia nel mondo reale o nella probabilità di reinfezione. “Se questi cambiamenti saranno importanti? Non lo so davvero” ha risposto Paul Bieniasz, virologo della Rockefeller University di New York City che ha co-condotto uno degli studi.

Le prove finora disponibili

Anche altri ricercatori si stanno domandando se la rapida diffusione della nuova variante in Sudafrica possa essere in parte spiegata dalla sua capacità di eludere la risposta immunitaria determinata da una precedente infezione del virus originario. Ad indagare su questo, il team guidato da Tulio de Oliveira, un bioinformatico presso l’Università del KwaZulu-Natal a Durban, in Sudafrica che, insieme al virologo Alex Sigal dell’Africa Health Research Institute di Durban ed altri colleghi, per primi hanno isolato il virus della variante sudafricana. I ricercatori hanno quindi testato la variante con il plasma (la porzione del sangue contenente gli anticorpi) di sei persone che avevano contratto l’infezione varianti che circolavano in precedenza, osservando che un potere neutralizzante sostanzialmente indebolito.

In uno studio separato, il team di ricerca guidato dal virologo Penny Moore presso il National Institute for Communicable Diseases e l'Università del Witwatersrand a Johannesburg, ha dimostrato che la variate sudafricana contiene alcune mutazioni che attenuano l’efficacia degli anticorpi neutralizzanti nel riconoscere due regioni chiave della proteina Spike, ovvero il dominio di legame al recettore cellulare e l’N-terminale. D’altra parte, un team di ricerca co-guidato dal virologo Bieniasz, ha scoperto che le mutazioni nel dominio di legame del recettore della variante brasiliana hanno causato un modesto calo della potenza degli anticorpi da persone che avevano ricevuto i vaccini a mRna di Pfizer o Moderna. Questa è “una scoperta rassicurante”, ha detto Moore, anche se “sarà importante testare le conseguenze di altre mutazioni”.

Ad ogni modo, se questi queste mutazioni possano ridurre l’efficacia dei vaccini è ancora incerto. La maggior parte dei vaccini anti-Covid stimola la produzione di alti livelli di anticorpi che prendono di mira diverse regioni della proteina Spike, quindi è probabile che alcune molecole siano in grado di bloccare le varianti del virus. Oltre a ciò, altri componenti della risposta immunitaria, come le cellule T, potrebbero non essere influenzate dalla variante sudafricana. “Anche se la protezione dei vaccini prende di mira solo la proteina Spike, la vaccinazione dovrebbe comunque indurre una risposta immunitaria abbastanza diversificata da coprire queste nuove varianti – ha spiegato Volker Thiel, virologo presso l'Università di Berna in Svizzera – . Sono però necessari ulteriori studi sperimentali per poterlo affermare”.