La variante indiana del coronavirus potrebbe essere più contagiosa anche di quella inglese. Lo suggeriscono gli ultimi dati del sequenziamento che arrivano dall’India, dove in poche settimane uno dei tre sotto-tipi rilevati, denominato B.1.617.2 ha preso il sopravvento, surclassando gli altri ceppi in circolazione.

La variante indiana surclassa gli altri ceppi

Nelle ultime quattro settimane, questo sub-cluster è diventato quello dominante in molti Stati del Paese asiatico, incluso il Karnataka, dove la sua diffusione, unito al rilassamento delle misure di contrasto e all’aumento delle interazioni sociali, sta guidando una terribile ondata pandemica. Gli epidemiologi ora stimano che sia del 60% più trasmissibile della variante inglese B.1.1.7 che già di per sé è del 50% più contagiosa del ceppo originario. Se questo dato verrà confermato, si tratterebbe della versione mutata di Sars-Cov-2 in grado di diffondersi più facilmente di tutte quelle emerse finora.

Diffusione delle varianti 1.617.1 e 1.617.2 in India / Gisaid
in foto: Diffusione delle varianti 1.617.1 e 1.617.2 in India / Gisaid

Quanto è diffusa la variante indiana

Dati, quelli relativi alla variante B.1.617.2 nel database di Gisaid (sopra, in magenta), che evidenziano la rapida crescita del ceppo, suggerendo una maggiore trasmissibilità. Un fenomeno segnalato anche nel Regno Unito, dove le varianti sono ben monitorate e il sequenziamento genico ben strutturato. In una settimana, i casi di B.1.617.2 sono passati da 202 a 520, di cui quasi la metà legati a viaggi o contatti con viaggiatori. Prove che, secondo il Public Health England (PHE), indicano come questa variante “sia trasmissibile almeno quanto la B.1.1.7 – si legge nel più recente rapporto dell'Agenzia britannica che precisa come “le altre caratteristiche di questa variante siano ancora oggetto studio”. Anche il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha registrato un aumento nella frequenza di rilevamento nell’ultimo documento di valutazione delle minacce nei Paesi dell’Unione e dello Spazio economico europeo.

Ad ogni modo, al momento, non ci sono ancora studi conclusivi a indicare che questa variante causi una malattia più grave o sia resistente ai vaccini. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità che lunedì scorso ha classificato la variante indiana originaria (B.1.617) come VOC, acronimo inglese di Variant of Concern (variante di preoccupazione), ci sarebbero alcuni elementi che fanno pensare a una parziale evasione immunitaria, in riferimento ad alcune prove di laboratorio.

Un ulteriore studio pubblicato in preprint su BioRxiv rassicura su questa possibilità, indicando che la capacità di neutralizzazione degli anticorpi presenti nel plasma dei guariti (sia delle persone che hanno ricevuto il vaccino indiano Covaxin) è analoga a quella osservata per alte varianti di preoccupazione. Altri esperti temono che la variante possa ulteriormente evolversi oltre i tre distinti sotto-tipi già emersi (B.1.617.1, B.1.617.2 e B.1.617.3) e caratterizzati da profili di mutazione distinti dalla variante originaria. Il primo, B.1.617.1, inizialmente rilevato in India a dicembre, ha raggiunto il suo picco a fine marzo, per poi calare ad aprile. Il sottotipo B.1.617.2 è quello che sta diventando dominante in India e si sta diffondendo rapidamente anche in Europa, mentre il l terzo, rilevato a febbraio in India, è invece ancora raro.